Un mese di caldo record. Città soffocate da temperature oltre i 40 gradi, incendi che divorano migliaia di ettari di bosco, alluvioni improvvise che trasformano strade e piazze in fiumi.
Di fronte a un’evidenza così plateale verrebbe da pensare che il cambiamento climatico non sia più materia di discussione. Non è così: anche dopo avere vissuto sulla propria pelle eventi climatici estremi sempre più frequenti, una parte dell’opinione pubblica continua a interpretare il riscaldamento globale come un problema secondario, esagerato, o addirittura inesistente. È un paradosso che due recenti studi internazionali aiutano a spiegare. Il primo, una rassegna della letteratura scientifica, mostra che l’esperienza diretta di ondate di calore, incendi o alluvioni non modifica automaticamente le convinzioni delle persone.
Cambiamenti climatici
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Chi considera il cambiamento climatico una grande emergenza del nostro tempo interpreta questi eventi come una conferma; chi parte da posizioni scettiche li attribuisce alla variabilità del clima, alla cattiva gestione del territorio, o alla semplice fatalità.
Il motivo è che nessuno interpreta la realtà in modo neutrale: anche un fatto apparentemente inequivocabile viene filtrato attraverso convinzioni politiche, valori culturali, fiducia nella scienza. Gli psicologi chiamano questo meccanismo motivated reasonign: diamo peso alle informazioni che confermano ciò in cui crediamo, e ridimensioniamo quelle che lo mettono in discussione.
È qui che entra in gioco la politica. Una ricerca pubblicata su Nature Climate Change, basata sull’analisi di centinaia di migliaia di comunicati dei partiti europei, mostra che gli eventi meteorologici estremi non aumentano necessariamente l’attenzione per le questioni climatiche: conta il modo in cui vengono raccontati, l’interpretazione che se ne dà.

Gli esempi arrivano soprattutto dalle destre radicali. In Francia, dopo l’ondata di calore dello scorso giugno, il Rassemblement National ha sostenuto che il problema non fosse il cambiamento climatico, ma un’«ecologia della decrescita» che avrebbe ostacolato la diffusione dei condizionatori e lasciato il Paese impreparato al caldo estremo: una soluzione immediata e populista, che evita di discutere di consumi energetici, combustibili fossili, modelli di sviluppo.
In Spagna, dopo le alluvioni del 2024 che hanno provocato oltre duecento vittime nella provincia di Valencia, Vox ha attribuito la gravità della catastrofe alle politiche ambientaliste, accusate di avere impedito la pulizia dei corsi d’acqua e la costruzione di nuove infrastrutture idrauliche: una lettura smentita dagli studi di attribuzione climatica, che indicano nel riscaldamento globale la causa dell’intensità delle precipitazioni.

Negli Stati Uniti, dopo i grandi incendi nell’area di Los Angeles, Donald Trump ha attribuito le responsabilità alla gestione delle risorse idriche e alle norme di tutela ambientale.
Anche l’Italia offre esempi di questo cortocircuito tra esperienza e interpretazione. Negli ultimi anni il nostro Paese è stato colpito dalla siccità del Po, dalle alluvioni in Emilia-Romagna, da ripetute ondate di calore e da incendi.
Dopo ogni disastro si riapre puntuale il dibattito su consumo di suolo, manutenzione del territorio, prevenzione: problemi reali, che però vengono talvolta contrapposti al cambiamento climatico, come se le due spiegazioni si escludessero. Non è così: si sommano. Un territorio fragile diventa più vulnerabile quando è esposto a precipitazioni più intense, siccità prolungate, temperature record.
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Nel dibattito politico, però, questi stessi elementi vengono trasformati in una narrazione alternativa: non sarebbe il clima a essere cambiato, ma soltanto la gestione del territorio a essere fallimentare.
Su questa sovrapposizione la destra radicale, in Italia come altrove in Europa, costruisce spesso il proprio messaggio: il problema non è l’emergenza climatica, ma un ambientalismo che ostacola lo sviluppo. È il tipico meccanismo di inversione del bersaglio: chi denuncia il problema ne viene presentato come responsabile.
Così la discussione pubblica si sposta dalle cause del riscaldamento globale ai presunti effetti negativi delle politiche ambientali e la crisi climatica diventa il terreno per uno scontro identitario potenzialmente disastroso.
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