Cambia il tempo in Ucraina. Cerca di girare verso la fine della guerra. Zelensky e Putin si scambiano segnali. Bellici, a suon di droni e missili, ma anche politici. Entrambi vogliono farla finita. La convinzione che il tempo lavori a favore della Russia cede il passo alla realizzazione che fa male a tutti e due; Mosca conta i caduti, e sono tanti, mentre l’economia singhiozza. Putin fa sapere di non essere contrario a Kiev nell’Ue. Ai bordi del campo, gli “E3” (Francia, Germania, Regno Unito) fanno riscaldamento diplomatico. Fra i venti che spirano una folata arriva anche dalla Siberia. Dove Russia e Usa sono vicine. Dove, l’estremità orientale dell’Asia la penisola dei Ciuckci si proietta verso l’estremità occidentale del Nord America, la penisola Seward. Le separa il gelido Stretto di Bering. Mosca, improvvisamente, sembra far leva sulle opportunità della vicinanza geografica per riagganciare la diplomazia Usa, al momento totalmente assorbita nelle acque tiepide di un altro Stretto.
Un tunnel fra Siberia e Alaska per unire Russia e Stati Uniti? Sotto le acque, quasi sempre ghiacciate, dello Stretto di Bering? Sarebbe la realizzazione, via terra anziché’ per mare, del mitico passaggio a Nord Ovest inseguito vanamente dai navigatori artici alla ricerca di una via nordica dall’Atlantico al Pacifico. E il ripristino della via maestra che condusse le tribù nomadi dall’Eurasia a popolare le Americhe millenni orsono. Non era forse russa, un tempo, l’Alaska? Al Cremlino deve aleggiare qualche nostalgia di quando si chiamava “America russa”. Per diventare solo “americana” dal 1868, venduta dallo Zar Alessandro II per la modica cifra di 7,2 milioni di dollari, equivalenti a meno di 150 odierni – un vero affare per gli Usa: oggi per la Groenlandia, non in vendita, Donald Trump pagherebbe molto di più.
Sul tunnel Donald Trump e Vladimir Putin si sarebbero accordati nell’incontro di Anchorage – Alaska – dell’agosto scorso. Con Trump, l’approssimazione regna sovrana sul contenuto delle intese raggiunte in colloqui diretti con altri leader, ma che il tunnel si faccia o meno, parlarne oggi ha una forte valenza simbolica. Sia nella visione strategica dei rapporti russo-americani che, più terra a terra, nella ricerca di una via d’uscita dalla guerra in Ucraina. Putin ha appena ricevuto una lettera di Voldymir Zelensky che gli propone un faccia a faccia per mettere fine al conflitto.
Evidentemente senza precondizioni. Per non dire di no, come ha fatto finora, il Presidente russo ha bisogno di una mano negoziale dagli americani. Ed ecco dunque spuntare l’improbabile tunnel fra Siberia e Alaska. Per garantirsi, in un contesto di trattativa sull’Ucraina, gli americani avvicinati alla Russia dai ghiacci di Bering anziché allontanati dalle onde dell’Atlantico.
Il ventilato tunnel non è business, è un misto di geopolitica e di diplomazia. Anche se al 29mo Forum economico internazionale di San Pietroburgo sono in ben pochi gli operatori a scommetterci, tanto meno a metterci dei soldi, il messaggio di Kirill Dmitriev, consigliere presidenziale russo per gli investimenti stranieri e tra i negoziatori con gli Usa, non è rivolto a loro. Il destinatario è Donald Trump. Una sorta di “per memoria”. Dato che il Presidente americano l’avrebbe già concordato con Vladimir Putin lo scorso agosto.
Ma dopo, come spesso gli accade, dimenticato. Specie di questi tempi in cui è in altre faccende – mediorientali, iraniane, libanesi, israeliane – affaccendato.
Dmitriev ha addirittura detto che l’accordo potrebbe essere siglato oggi. Sulla “progettazione”. Alla realizzazione, in condizioni ambientali proibitive, per una lunghezza circa doppia del tunnel sotto la Manica, si penserà poi. Ma siglato con chi? Dall’invasione dell’Ucraina, il forum di San Pietroburgo è boicottato dai governi europei e occidentali. Questa volta da parte russa si accredita la presenza di una delegazione ufficiale Usa. Washington tace. Vedremo presto.
In questo balletto su Bering fra diplomazia ed affari – mai assenti nell’attività internazionale di Donald Trump – può sembrare non possano entrare le sorti dell’Ucraina. Come scrive Zelensky, ha resistito cinque anni “per preservare l’indipendenza”. Vero. Ma “in Alaska è stato raggiunta un’intesa molto chiara basata su una proposta specifica degli Stati Uniti”, sostiene il Ministro degli Esteri, Sergey Lavrov, e se gli Usa fossero stati “coerenti, da molto tempo saremmo al tavolo negoziale e le ostilità sarebbero cessate”. Lavrov avrà sicuramente in mente tante cose su cui attendersi la coerenza Usa – sempre problematica con Trump – ma ne faceva parte il progetto del tunnel sotto Bering. Se il Cremlino lo rispolvera proprio adesso, può aiutare nella via d’uscita salvando la faccia che Mosca affannosamente cerca.
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