Nuovo giro, stessa giostra impazzita. Escalation tra Hezbollah e Israele. Di nuovo. Beirut e la Galilea bombardate. Di nuovo. L’Iran che attacca Israele e Israele che risponde mentre Trump non sa più come girarsi per evitare di finire risucchiato nelle sabbie mobili mediorientali. Di nuovo. Tutti impegnati a non saltare nemmeno un giro, nel disperato tentativo di dimostrare di essere ancora vivi e al comando.
Per capirci qualcosa, occorre ribaltare la prospettiva. Smettere di inseguire dichiarazioni ufficiali, vertici diplomatici e mappe strategiche animate in Tv, e mettersi in ascolto dei rumori di fondo.
Anzi: dei ronzii, quelli metallici, sottili e apparentemente insignificanti, che sono invece una delle chiavi di lettura più potenti per capire il mondo che ci sta esplodendo attorno. È il suono della guerra contemporanea: quella dei droni, combattuta a migliaia di chilometri di distanza da sale operative climatizzate che ricordano più un open space di Cupertino che il fronte orientale del’44. Una guerra confortevole, ordinata, quasi naturale. Leggera.
E dire che per millenni ammazzare il nemico era stata una faccenda tremendamente pesante. Fisicamente, anzitutto. Richiedeva di stargli abbastanza vicino da sentirne l’odore del sangue, del sudore e della paura. Bisognava guardarlo negli occhi mentre moriva.
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Non a caso ogni civiltà ha dovuto inventarsi un arsenale psicologico per renderlo sopportabile: rituali, droghe, liturgie marziali, codici d’onore, epopee eroiche, paradisi ultraterreni e gigantesche narrazioni collettive. Tutto pur di convincere gli esseri umani a fare la cosa meno naturale che esista: massacrare altri esseri umani. Il problema atavico della guerra è sempre stata la fastidiosa tendenza della nostra specie a soffrire davanti alla sofferenza altrui. Un difetto di fabbrica non ancora del tutto corretto, evidentemente.
Per fortuna la tecnologia ha lavorato alacremente per risolvere l’inconveniente. Prima il fucile, che permetteva di uccidere senza doversi ricoprire del sangue del nemico. Poi l’artiglieria, comodissima per fare a pezzi l’altro senza neppure distinguerne il volto. Ancora meglio: i bombardieri, perfetti per radere al suolo città intere dall’alto senza nemmeno sentirne le urla. Il drone, però, compie il salto definitivo: non è più soltanto il corpo della guerra ad allontanarsi, ma la sua percezione intera. La trasforma in interfaccia, in modalità multiplayer.
Eccoli allora i nuovi guerrieri: diciassettenni in felpa, energy drink a portata di mano e playlist Spotify nelle cuffie. Fissano uno schermo. Muovono un joystick. Pilotano droni Fpv sfreccianti come calabroni impazziti. Cercano il bersaglio, lo trovano. Game over. Hanno appena fatto la guerra dalla propria cameretta, come in un videogioco, con la sola differenza che qui i target non si rigenerano alla partita successiva.
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Gli eserciti ucraino e russo reclutano apertamente gamer e adolescenti cresciuti tra simulatori e arcade competitivi. «Se hanno esperienza con la PlayStation, è un grande vantaggio». Addestrati per anni nei mondi virtuali senza nemmeno accorgersene. È anche così che la guerra smette di sembrare un evento eccezionale e mostruoso, e diventa gestibile, familiare, quotidiana. Niente sangue addosso. Niente fango negli scarponi. Il guerriero 4. 0 torna a casa la sera, ordina sushi su Glovo e accende Netflix.
È una strategia che non cambia soltanto la natura del combattimento: ne cambia la percezione. In fondo, che vuoi che faccia un piccolo drone. È troppo leggero, troppo poco maestoso per cambiare il corso della storia. Ed è esattamente così che l’escalation cresce, sciame dopo sciame, micro-attacco dopo micro-attacco, finché il leggero diventa irreversibile. C’è chi obietta – giustamente – che non è tutto così semplice, che anche i piloti di droni soffrono di stress post-traumatico. Vero, ma la tecnologia corre già ai ripari: arrivano i primi droni autonomi guidati dall’intelligenza artificiale, capaci di scegliere il bersaglio e colpire da soli. Sparisce il carnefice traumatizzato, resta la carneficina.

È il tratto fondamentale della leggerezza delle guerre moderne: funziona in una sola direzione. Se chi colpisce vive il conflitto come un’esperienza – almeno idealmente – sempre più mediata, distante e sterilizzata, chi lo subisce continua invece a viverlo nella carne viva, uguale a sempre. Basta ascoltare le storie dei civili ucraini, russi, gazawi, israeliani o libanesi. Quel ronzio entra nei sogni, trasforma il cielo in minaccia permanente.
Low cost, immediato, facilmente replicabile: il drone è il riflesso perfetto della nostra epoca. E come ogni arma prima di lui, presto o tardi esce dal campo di battaglia e arriva nelle strade. È successo con la spada, con il fucile, con la pistola, con l’esplosivo.
Accadrà anche con i droni. I cartelli messicani studiano già le tecniche ucraine. Le organizzazioni criminali li integrano nei propri ecosistemi operativi.

Le polizie europee e americane discutono apertamente del rischio di attacchi urbani, sabotaggi, rivolte di piazza o regolamenti di conti tra ultrà condotti dall’alto. Addio molotov e bombe carta: anche il tafferuglio vuole il suo upgrade tecnologico.
Così, la violenza ha trovato il modo di rendersi sostenibile per chi la pratica e insostenibile per chi la subisce, alimentando l’illusione dello scontro breve, chirurgico, a zero morti. Tra i propri, naturalmente. Un’arma all’altezza della nostra civilissima epoca
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