Sei nomi da Strega

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La cerimonia della cinquina, in verità sestina, dell’80º Premio Strega, è cominciata con l’invito di Clemente Mastella, sindaco di Benevento, quindi padrone di casa, sempre il più acclamato dall’editoria che si riunisce all’Anfiteatro romano della città, che gli si stringe intorno con l’affezione degli antropologi. Ha detto: «Scrittori, siate un guardrail contro l’intelligenza artificiale». Guardrail! Non arriva a tanto nemmeno l’affettazione barocca di Stefano Coletta, anche quest’anno conduttore della cerimonia (e della diretta sulla Rai), e come sempre ben intenzionato a sottolineare che ha studiato.

Mastella ha poi proposto che Benevento ospiti la finalissima del Premio, esaudendo un antico sogno suo e di Nora Alberti, strappandola al Ninfeo di Roma (quest’anno, in via eccezionale, il vincitore verrà proclamato al Campidoglio, l’8 luglio prossimo, per sottolineare il legame tra Premio, Repubblica e Costituzione, coevi e compartecipi dei primi esercizi democratici dell’Italia che usciva da guerra e fascismo).

Ma andiamo alla gara.

I sei romanzi che si contenderanno il Premio della Fondazione Bellonci, votati dall’86 per cento degli aventi diritto, sono: I convitati di pietra di Michele Mari (Einaudi), con 280 voti; Platone. Una storia d’amore di Matteo Nucci (Feltrinelli), con 242 voti; La sonnambula di Bianca Pitzorno (Bompiani) con 195 voti; Donnaregina di Teresa Ciabatti (Mondadori) con 184 voti; Lo sbilico di Alcide Pierantozzi (Einaudi) con 170 voti; Vedove di Camus di Elena Rui (L’Orma) con 163 voti. Primo degli esclusi, Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda (Einaudi) con 147 voti, vincitore del Campiello Opera Prima la scorsa settimana. Le hanno straziato il cognome praticamente tutti quelli che hanno preso il microfono, Coletta lo ha sottolineato più di una volta – «Scusate ma è difficile», «Lei è stata così carina da chiedermi di non sbagliarle il cognome» – ha chiesto clemenza sorridendo, del resto sbagliare il cognome di una scrittrice italiana nata in Sri Lanka fa simpatia, no? Crea quella confidenza tra razzisti inconsapevoli quali noi siamo: vedete quanto sono difficili questi, non pretenderanno pure che impariamo a leggere i loro cognomi impronunciabili, facciano come i cinesi e li italianizzino.

La selezione non è propriamente inattesa. Mari si conferma il favorito, mentre il da alcuni preconizzato testa a testa tra lui e Pierantozzi è difficile immaginare che avvenga, vista la differenza di preferenze – 280 contro 170 – e visti anche i voti presi dagli altri autori. Ma noi confidiamo sempre nell’inatteso: non vorremmo perderci la sfida tra un autore considerato maestro e un altro considerato outsider – «Una parola che odio e mi mette a disagio, e che non riesco a non pensare che voglia sottolineare il mio orientamento sessuale e la mia condizione: la usano come sinonimo di matto», ha detto a La Stampa l’autore de Lo Sbilico. Sarebbe anche la sfida tra una storia su come ci si incrudelisce con il passare del tempo e un racconto su come si subisce il potere della mente quando si ha una malattia psichica: avrebbe un altissimo valore simbolico, sarebbe quasi una metafora delle guerre generazionali di questo Paese, che sono le “war culture” che ci possiamo permettere.

Naturalmente, la ragione d’interesse del testa a testa starebbe anche nel fatto che si tratta di due autori Einaudi, che però non sono gli unici in sestina: come accaduto anche l’anno scorso con Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia di Michele Ruol (Terrarossa), pare che Einaudi abbia già messo sotto contratto, per il prossimo libro, Elena Rui, l’ultima classificata, e che abbia speso una parte della sua campagna per farla votare (si presume che un autore finalista allo Strega abbia una resa più fruttuosa, in termini di vendite: non è una garanzia, naturalmente, e però).

Che il secondo posto lo abbia conquistato, per ora, Matteo Nucci, invece, era più difficile da prevedere. E però Platone. Una storia d’amore è forse il libro che meglio incarna la spinta che Melania Mazzucco, scrittrice e direttrice del comitato scientifico del Premio, ha descritto come filo comune non solo dei libri in dozzina, ma della larga parte dei romanzi candidati a questa edizione. E cioè una riappropriazione del senso profondo della scrittura e della letteratura come strumenti di intervento sulla realtà. Un arretramento dell’autofiction in favore di un impegno che non è ostensione di moralità, ma assunzione di responsabilità. «Il Platone del mio libro è quello che ha speso quasi tutta la sua vita nella ideazione della città giusta. E che nel Mito della Caverna è chiaro nel dire che l’uomo che esce e vede la luce del sole, ha il dovere di tornare indietro e dire a tutti gli altri che stanno vivendo in una menzogna, e che fuori c’è un altro mondo», ha detto Nucci a La Stampa. Indossava una maglietta bianca con la scritta “Nessuno”. E i braccialetti con i colori della Palestina (prima che i dandy si agitino, ricordo che i colori della Palestina li ha indossati anche il ministro Giuli sul red carpet del festival di Venezia l’anno scorso). Ancora Nucci: «Io non credo che esporsi sia un obbligo, ma per quanto mi riguarda sento che sia un dovere, perché ci sono momenti, e questo che viviamo è uno di quelli, in cui la Storia chiama. Io di Platone mi sono innamorato perché ha detto che dobbiamo sempre dedicarci alla ricerca della giustizia, perché al di fuori della giustizia non c’è felicità». Nucci è stato il solo a riferirsi al genocidio di Gaza.

Sulla capacità che la letteratura ha di intervenire sulla realtà, Michele Mari dice: «Credo che possa farlo in modi molto mediati e dopo molto tempo. Gli effetti di un romanzo che esce oggi, si vedranno, credo, tra molto tempo». Il tempo è il protagonista principale e l’antagonista di ogni personaggio di Convitati di pietra, che Mari ha scritto in un mese – la qual cosa gli è valsa un «Interessante!» di Coletta, pronunciato con incidentale lascivia – , dopo aver ritrovato una foto dei suoi compagni di scuola. In bianco e nero. «Mi ha fatto pensare a come il tempo ci tiene in ostaggio, ci tortura e si diverte con noi. E mi sono reso conto che, nell’arco di una vita, per un legame che si crea, ce ne sono decine che si sciolgono. E questo mi dà enorme tristezza». Partono da sé, ma giocano con la loro identità, costruiscono e demoliscono il proprio io letterario anche Pierantozzi – «Io mi sono fatto a pezzi, per mostrare che a contare nel racconto non ero io» – e Ciabatti, che racconta la storia di una giornalista che incontra il boss di mafia, pentito, Beppe Misso, e con lui intraprende uno scambio che fa saltare tutte le regole giornalistiche di indagine di un personaggio come lui, e prova che l’inconsapevolezza e l’estraneità, a volte, conducono al cuore dell’altro. Poi. Inattesa l’esclusione di entrambi i romanzi di La Nave di Teseo (L’invenzione del colore di Christian Raimo e Lina e il sasso di Mauro Covacich, che hanno entrambi goduto di ottima stampa, ottimi sponsor, che hanno alle spalle una casa editrice che ha un peso, e che soprattutto sono ottimi romanzi). Di Raimo è la migliore sintesi della dozzina: «Se l’anno scorso a vincere è stato un romanzo, quello di Bajani, incentrato su una storia privata, familiare, in questa edizione mi sembra che tutti raccontino una dimensione pubblica dell’amore e delle relazioni. E che molti ragionino su altre forme artistiche». La dozzina dimezzata mantiene molte delle proprietà della dozzina: il “vino buono” di cui ha parlato Melania Mazzucco, e cioè la qualità di scrittura, la letterarietà, e soprattutto la riappropriazione del senso, perfino della fierezza del mestiere della scrittura, un mestiere che può cambiare le persone, e quindi il mondo.

Mentre gli artisti rivendicano la separatezza e l’estraneità dell’arte da ogni intervento sulla realtà, gli scrittori sembrano maturare una consapevolezza diversa. Che non è posizionamento politico, schieramento tra i buoni, ma contezza delle possibilità e responsabilità del proprio mestiere. Non che avere contezza delle responsabilità del proprio mestiere significhi solo e soltanto fare opere di bella eticità. E però.

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