Home Business Silvia Fanfani: “Il Giappone mi ha dato una lingua per parlare del...

Silvia Fanfani: “Il Giappone mi ha dato una lingua per parlare del mio dolore”

0
1

Da quando sei andato dall’altra parte della vita, scrive Silvia Fanfani. È una frase bellissima che racchiude la grazia di un libro ispirato dalla morte del figlio, o meglio, da come affrontare il dolore indicibile, quello che non ha un nome. Quello di una donna che nell’arco di nove mesi perde prima il marito e poi il figlio. Una famiglia di quattro, dimezzata. Rimangono lei e Isabella, che ripete alla madre: Beati loro. Loro che sono morti, che non devono patire.

Cosa fare per il decimo anniversario della morte? Rimanere a Roma non è tollerabile. Un viaggio in Giappone. E lì scoprire che c’è un’altra parte della vita. E poi scriverne in un libro ed esordire a 68 anni, dopo una vita passata tra le parole, ma questa volta in una forma del tutto nuova.

Cento pagine di una voce cristallina e tagliente, poetica, quella di Un cuore bianco come un chicco di riso (Ponte alle Grazie).

Lei nasce come cantante. Ora da voce orale è passata a voce scritta. Come è andata?

«Ho una formazione di cantante lirica, soprano. Ma ho sempre lavorato come vocalista di musica contemporanea e sperimentale, molto jazz. Mi sono laureata in letteratura inglese con Agostino Lombardo, relatrice Nadia Fusini, con una tesi sulle figure della vecchiaia in Shakespeare. Ho tradotto Ambrose Bierce, Jerome K Jerome, Conan Doyle. Ho sempre lavorato sul doppio binario della scrittura e della voce. Ho adattato testi di Joyce, Mario rigoni Stern, Ammanniti. Ho girato il mondo, con questi spettacoli. Per Pedrag Matvejevic ho adattato un testo tratto a un suo libro sul pane. Abbiamo fatto una bella tournée in Serbia, Croazia. Ricordo che mi disse: lei deve scrivere cose sue. In verità ho sempre scritto. Poesie, lettere, racconti, diari e altre cose che però non mi hanno mai convinto. Sono molto severa con me stessa, e credo sia giusto esserlo. Ho pubblicato molti dischi, ma con i libri qualcosa mi ha sempre bloccato».

Poi cosa è successo?

«Quando è morto mio figlio ho smesso di cantare. Ho perso quella voce. Ho smesso di viaggiare. Fino al viaggio in Giappone. Questo libro l’ho scritto perché fosse pubblicato, mossa dalla nostalgia, nel senso classico del termine. Nostos e algos, il ritorno e il dolore. Per me è stata la nostalgia di tornare nella situazione che avevo provato in Giappone, un viaggio che ha cambiato la mia vita per sempre. Sono tornata con un senso di leggerezza e bellezza che volevo comunicare agli altri».

Perché il Giappone?

«È stata un’idea di mia figlia, che ha studiato giapponese e ora lavora in una multinazionale di videogiochi. Lavora con il Giappone e ama molto quella cultura. Nel 2013 a gennaio è morto mio marito e a settembre mio figlio. Morte cardiaca improvvisa. Era un ragazzo di 28 anni. Bellissimo, biondo, occhi azzurri, ingegnere aerospaziale. Eravamo andati a comprare una macchina nuova, doveva essere un nuovo inizio, pensare di progettare il futuro. Torni a cena? Non so, mi ha detto. E’ stata l’ultima cosa. Era a casa con la fidanzata. Mi sento strano, ha detto. E’ caduto ed è morto. Non si può accettare e non si può capire. Vai avanti solo rinunciando a capire. Io dovevo vivere per me e per mia figlia».

Quella di una madre che perde un figlio è, lei scrive, «la condizione che non ha un nome». Lei si sentiva «quella con il buco».

«È così. Eravamo una famiglia molto unita. Mio marito era un ingegnere del suono. Insegnava a Santa Cecilia. La nostra è sempre stata una casa piena di parole e di bellezza. Mia madre mi ha cresciuta leggendo storie ad alta voce. Io sono stata una grande lettrice, ma da bambina mi avevano messo a ‘dieta di lettura’ perché avevo una miopia precoce. Potevo leggere solo cinque pagine al giorno e solo con lampade forti. Poi i miei genitori hanno capito che era inutile».

Cosa leggevate in famiglia?

«Poesie, Pascoli, Carducci, Shakespeare, Melville. A mio figlio leggevo Mark Twain e Pinocchio a sfinimento. Tutti adoravamo Pinocchio. Lo rileggo un anno sì e uno no, per come corre la lingua. Ti insegna che il testo funziona solo se lo proietti in uno spazio fisico. Di questo libro ho riletto ogni pagina a alta voce, per vedere se funzionava. Un altro testo per me fondamentale è stato Il maestro e Margherita. Lo leggevo ogni anno intorno a Pasqua. Mio marito mi prendeva in giro: è finita la Quaresima, ancora non hai iniziato? Trovò uno sceneggiato della Rai e ogni sera ne vedevamo una puntata tutti insieme. Era una vita molto orientata alla bellezza. La bellezza salva davvero il mondo».

Lei scrive di essere andata in Giappone come una pellegrina. Cosa ha trovato?

«Lì il rapporto tra morti e vivi è diverso dalla cultura occidentale mediata dal cristianesimo. Morti e vivi stanno nello stesso spazio. Nei tempi shintoisti ci sono delle rastrelliere con appesi gli ema, tavolette di legno per scrivere preghiere, desideri, ringraziamenti. Ne ho scritta una rivolta a mio figlio. “Caro M. siamo in salute”. Poi non ricordo altro. Se non la serenità incredibile che è nata in quel momento. Mi è stato tolto un peso dal cuore e dal corpo. Il che non significa che non c’è più il dolore. Ma ho trovato la leggerezza».

Qualcosa di simile c’è in romanzi come Quel che affidiamo al vento di Laura Imai Messina (Piemme) o Finché il caffè è caldo di Toshikazu Kawaguchi (Garzanti). Dal suo romanzo, si capisce che lei è credente. La fede l’ha aiutata?

«Non mi ha mai abbandonato e mi ha supportato tantissimo. Ma non nel senso della consolazione. In Giappone mi è stato tolto questo peso e ora mi sto chiedendo perché e sto studiando per capire. Leggo tantissima letteratura giapponese. Cerco di imparare la lingua, che però mi risulta difficilissima. Quando cantavo ho girato il mondo, ma nessun posto mi ha fatto l’effetto del Giappone. Potrei anche trasferirmi lì, un giorno. Chissà».

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it