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“Slow Horses”, ronzini di gran classe

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Ah, i ronzini, i cavalli di poco pregio, quelli che nel Medioevo i padroni davano ai servi perché portassero le loro mercanzie. Infatti si chiama Ronzinante, Rocinante in castigliano, il cavallo di Don Chisciotte. Ronzini sono anche gli agenti segreti rotti, o decaduti, protagonisti di Slow Horses dai romanzi di Mick Herron, scintillante serie e al contempo puzzolente, svolgendosi nella «Slough House», la casa del pantano dei servizi britannici. È trasmessa da Apple tv, ogni settimana il «rilascio» di una puntata, abbiamo già visto che dicono proprio così, come per un farmaco o un carcerato, fa sempre un po’ ridere. Fa ridere meno una simile scelta, come se fossimo ai tempi della tv generalista e dei romanzi sceneggiati. Curioso, questo balzo all’indietro nella programmazione, di sicuro c’è qualche motivo commerciale che sfugge al buon senso. Perché uno spettatore deve pagare per avere i prodotti di una piattaforma che adotta lo stesso sistema di 50 anni fa ed esclude la fruizione immediata e contemporanea? Forse perché, in tanta presenza, brilla l’assenza. Però, nel marasma generale, nella molteplicità, c’è il rischio che lo spettatore perda il filo della storia. E in Slow Horses 6 perdere il filo non sarebbe impossibile, perché le vicende sono molte e si intersecano, ma gli sceneggiatori sono tanto bravi da farti acchiappare tutto quando vuoi, dove vuoi. Sembra di non capire ma si capisce, anche se si guardano le puntate a caso. Magie dei moderni televisivi giochi di prestigio. In fondo, come in Beautiful.

Qui, poi, i prestigiatori, cioè gli attori, sono dei veri cavalli di razza, altro che ronzini, scelti nella fenomenale scuderia degli interpreti britannici. C’è Gary Oldman, il capo degli agenti ex MI6 confinati al «Pantano», Jackson Lamb, l’agnello sacrificale geniale, infallibile e inequivocabilmente sporco. Aiutato dal gel che gli dà una bella aria unta ai capelli, da un impermeabile sfrittellato e dalla camicia sporca, Oldman fa sentire allo spettatore la puzza del suo personaggio. È un effetto sorprendente che solo i grandi attori riescono a ottenere. Accanto a lui, nel ruolo della lindissima «prima scrivania», la regina delle spie di Sua Maestà, Kristin Scott Thomas. E poi c’è un ronzino che corre molto, incerto, sfuggente, non ama le armi, è figlio d’arte, anzi suo padre è proprio un serial killer di professione; il nonno Jonathan Price muore e lui sembra sempre chiedersi che cosa ci sta a fare lì, in mezzo a quei cavalli pazzi. Il suo personaggio si chiama River Cartwright, lui è Jack Lowden, uno dei candidati – oltre a Callum Turner, il signor Dua Lipa, e Josh O’Connor, già principe Carlo in The Crown. – a diventare il prossimo, attesissimo James Bond, dopo Daniel Craig, nel film di Dennis Villeneuve. In questa sesta stagione, Slow Horses si conferma una serie divertente, ma ormai di una inconsistenza pari solo alla bravura degli interpreti che la sostengono.

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it