Può darsi che sia solo un rinvio. Ma in materia di riforme, anche più importanti, il centrodestra ha abituato a far precedere gli accantonamenti proprio da rinvii. Basti solo l’esempio del premierato, costruito su misura per Meloni e poi abbandonato. E così quando ieri la riunione dei capigruppo ha confermato la sensazione che si era già diffusa martedì sera nel vertice di maggioranza, di un rinvio almeno di una settimana per consentire un approfondimento sul tema delle preferenze, il punto che divide la premier (che vorrebbe reintrodurle) dai suoi alleati (che non vogliono sentirne parlare), si è capito chiaramente che la fretta che aveva portato a ipotizzare l’approvazione definitiva della nuova legge elettorale prima della pausa feriale è tramontata. E che mettere un’estate di mezzo tra il dire e il fare potrebbe portare a un esito che al momento nessuno se la sente di preannunciare.
L’intervista
Crosetto: “Nuova missione in Libano. Difesa, fondi Ue solo nel 2027, ma rispetteremo gli impegni”
Salvini è il solo che dica a chiare lettere di non essere interessato al Melonellum. Meloni e Tajani tacciono. La verità è che si fa strada il dubbio che il meccanismo del premio di maggioranza, al centro della nuova legge, non dia più certezze da quando a destra è entrato in scena Vannacci. E la crescita inarrestabile del partito del generale sia tale da ipotizzare un centrodestra al di sotto della soglia del 42 per cento, senza la quale il premio rimane nel libro dei sogni. Oppure, peggio, finisce nelle mani degli avversari, che in un modo o nell’altro a quel traguardo potrebbero arrivarci. A meno di non far entrare in coalizione Vannacci, scelta inaccettabile per Tajani e Salvini, perché cambierebbe i connotati della coalizione, trasformando il generale nel secondo socio per grandezza dell’alleanza e Forza Italia e la Lega di fatto in due alleati minori.

Se poi, come circolava voce il primo luglio, a Vannacci, in zona voto di protesta, dovesse aggiungersi l’ex 5 stelle Di Battista, l’area dei non coalizzati tenderebbe ulteriormente ad allargarsi. E se arrivasse a sfiorare, tutta insieme, il 18-20 per cento, nessuna delle due coalizioni avrebbe più dimensioni tali da poter concorrere al premio. Bel capolavoro: invece di avere il pareggio di un mezzo vincitore e un mezzo perdente, si avrebbe quello di due alleanze non in grado di governare. E si ripresenterebbe il dilemma: governo tecnico o nuove elezioni?
Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it






