Per anni le abbiamo viste senza quasi farci caso: telecamere basse, riprese da dietro, rallenty sul corpo. Ora le nuove linee guida europee mettono in discussione proprio ciò che abbiamo sempre guardato, chiedendo alle televisioni di evitare le riprese che non aiutano a capire la gara e finiscono per spostare l’attenzione dalla prestazione al corpo. Le ha pubblicate EBU Sport, la divisione sportiva della European Broadcasting Union, l’alleanza dei media di servizio pubblico di cui fa parte anche la Rai. Un dettaglio importante, perché porta queste indicazioni anche dentro il confronto professionale italiano sulle riprese sportive. La televisione pubblica ha un ruolo centrale nella trasmissione dei grandi appuntamenti di atletica, dalle competizioni internazionali alle Olimpiadi.

Le linee guida sono state sviluppate con European Athletics, l’organismo che governa l’atletica a livello europeo. Il documento si intitola Raising the Bar, “Alzare l’asticella”, e affronta un problema che ormai viene riconosciuto apertamente. «La sessualizzazione delle atlete attraverso determinate inquadrature e scelte di montaggio continua a essere un problema significativo», scrive Glen Killane, direttore esecutivo di EBU Sport. L’obiettivo è «innalzare gli standard delle riprese televisive», mettendo al centro la prestazione, la qualità del racconto e la dignità delle atlete.
Cosa cambia quando guardiamo una gara
La guida è semplice: spunta verde per le inquadrature consigliate, croce rossa per quelle da evitare. Non sono divieti accompagnati da sanzioni, ma la regola aurea è chiara: quando una ripresa non aiuta a capire la prestazione e rischia di risultare compromettente, meglio scegliere un altro punto di vista. Nel salto in alto, per esempio, viene sconsigliata la telecamera piazzata molto in basso sotto l’atleta. Anche stringere sul corpo mentre supera l’asticella e riproporre la scena al rallentatore può aggiungere poco sul piano tecnico. Più utile mostrare la rincorsa, gli ultimi passi e lo stacco, cioè gli elementi che spiegano davvero perché un salto riesca oppure no.


Lo stesso principio vale per il salto con l’asta, il lungo e il triplo. Un’immagine al rallenty è preziosa quando mostra il piede sulla pedana, la velocità degli ultimi passi o la posizione allo stacco. Un conto è far vedere come si corre, si salta o si atterra. Un altro è indugiare sul corpo senza che serva a capire la gara. E qui c’è uno dei passaggi chiave: la telecamera non è neutra solo perché siamo abituati a certe immagini. Dove la si mette, quanto si stringe e cosa si sceglie di rallentare e riproporre fanno già parte del racconto. Gli esempi contenuti nel documento, tra l’altro, non sono stati costruiti apposta per la guida. Provengono da vere trasmissioni sportive. Secondo EBU, molte delle angolazioni considerate sgradevoli dalle atlete possono essere evitate senza perdere spettacolarità, qualità visiva o informazioni tecniche.


“Più concentrate sulle telecamere che sulla prestazione”
La guida è stata costruita anche ascoltando tre campionesse: Holly Bradshaw, Ivana Španović e Blanka Vlašić. Sono loro a raccontare cosa succede dall’altra parte dell’obiettivo. Bradshaw, medaglia olimpica nel salto con l’asta, dice di aver ricevuto abusi sui social e di aver visto circolare video inappropriati, suoi e di altre atlete, ricavati proprio dalle immagini delle gare al rallentatore. Racconta anche che durante alcune competizioni lei e altre sportive si sono trovate «più concentrate sulle telecamere che sulla propria prestazione». Španović aggiunge che alcune angolazioni possono creare «disagio» e «distrazioni» durante la gara. In certi casi anche la posizione fisica della telecamera durante il riscaldamento può interferire con i movimenti e creare un rischio di infortunio. Il problema non finisce con la diretta: un’immagine passata in tv per pochi secondi può essere isolata, rallentata e rilanciata sui social, fuori da qualsiasi contesto sportivo.


Ci saranno sanzioni?
No, almeno non in queste linee guida. Il documento non prevede multe, penalizzazioni, squalifiche o altri meccanismi sanzionatori. EBU precisa anche che non vuole imporre un unico modo di filmare l’atletica e auspica che il documento venga percepito «meno come un insieme di restrizioni e più come l’inizio di una conversazione» tra emittenti, regie, operatori di ripresa e atlete. Quindi nessuna telecamera diventa vietata e nessuna regia viene automaticamente punita per un determinato primo piano. Sono indicazioni professionali che provano a cambiare una consuetudine mostrando, caso per caso, che esistono alternative.


“Così però lo sport diventa meno spettacolare?”
È forse l’obiezione più ricorrente. Ma la guida non chiede immagini meno belle o meno spettacolari. Dice semplicemente che lo spettacolo è già nella gara, se la si riprende bene. Blanka Vlašić, parlando del salto in alto, indica il ritmo della rincorsa, la curva, la posizione delle anche, la distanza dello stacco: sono questi i dettagli che permettono di capire perché un salto sia eccezionale. Nell’atletica continueremo quindi a vedere muscoli, rincorse, cadute, fatica ed esultanze. A cambiare è il punto in cui si decide di fermare lo sguardo. La stessa EBU osserva che spesso le inquadrature migliori per mostrare potenza, precisione e tecnica sono anche quelle che evitano di trasformare il corpo dell’atleta in uno spettacolo a parte. Alla fine, la distinzione è tutta qui: lo spettacolo è il salto, non il corpo della donna che sta saltando.


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