Stefano Fresi: “Io, bigamo felice tra film e musica. La mia laurea? Smetto quando voglio”

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È un ciclone di energia positiva, Stefano Fresi. Interprete di tante commedie di successo, nasce musicista e alla musica non ha mai rinunciato. Tant’è: continua a intrecciarla alla recitazione. Soprattutto a teatro, dove «sono e faccio tutto quello che voglio». Così alla Milanesiana in trasferta a Crotone, stasera sale sul palco con Cristina Polegri ed Egidio Marchitelli per uno spettacolo omaggio a Fabrizio De André, Dell’amore, della guerra e degli ultimi, dove le canzoni del cantautore genovese si intrecciano a testi scelti o scritti da lui. «Arrivato ai 50 anni – spiega – mi sono reso conto che le parole di De André di cui mi ero innamorato da ragazzino, sono sempre tragicamente attuali: la necessità dell’amore, l’orrore della guerra, gli ultimi sempre più numerosi. Accendere un fanale su questi temi, ricorrendo a qualcuno che ne aveva già parlato magistralmente, mi pareva necessario e bello».

Quando ha conosciuto le canzoni di De André?
«È un rapporto antico. La chitarra ho iniziato a suonarla sulle sue canzoni. E soprattutto legato nella memoria a certi pomeriggi estivi in Sardegna, quando il nonno era immerso nel pisolino postprandiale e io, costretto a non fare nulla, mi mettevo la cuffia e ascoltavo le sue canzoni, trascrivendone i testi. Mi spiace non averlo mai conosciuto».

Che posto ha oggi la musica?
«Resta un amore indissolubile. Si è solo trasformato un po’:, facevo sigle tv, jingle pubblicitari, colonne sonore…. Ora sono fuori da quel giro commerciale, però continuo a suonare e comporre: musiche di scena per il teatro (la prossima stagione Teresa La Notte con Lucia Mascino) o per spettacoli come quello con il pianista jazz Giovanni Guidi ispirato a Spoon River. Recitazione e musica convivono e fanno di me un bigamo felice ».

Primi accordi, quando?
«Non vengo da una famiglia di artisti, però papà e mamma ascoltavano tanta buona musica: modello l’audiocassetta “da viaggio” fatta da papà su un lato Battisti, sull’altro Beethoven. Verso i 5 anni nella mia vita entra una tastierina (che ancora funziona). Visto che mi ostinavo a suonarla con un dito tentando di riprodurre le canzoni del giradischi, papà chiese a me e mia sorella se ci sarebbe piaciuto prendere lezioni di musica».

Parlava prima di una carriera “commerciale” sconosciuta ai più ma molto proficua.
«Finii a lezione dal maestro Lucio Sanacore, amico di amici , gran pianista e consulente di Mediaset. Fu lui a insegnarmi un mestiere: comporre jingle, saper usare il computer, la prima musica elettronica. Avevo 18-19 anni e una professionalità che pochissimi in Italia».

Quando inizia la bigamia?
«Un amico fraterno, Augusto Fornari, attore e regista, più o meno in quegli stessi anni, mi chiese di comporre le musiche per uno spettacolo: fu amore a prima vista per la grande casa del teatro, davanti e dietro il sipario. Ma i primi segnali risalgono già al liceo: sapendo del mio interesse, la mamma del mio compagno di banco mi regalò il libro Professione attore. E con mia sorella e Toni Fornari, il fratello di Augusto avevamo un trio che suonava, cantava e recitava. Insieme abbiamo fatto un sacco di pianobar, piazze e capodanni infiniti. E pure un varietà di e con Dino Verde diretto da Don Lurio. Dato che mi faceva fare passi coreografati, posso persino dire che ho ballato con Don Lurio. E questo la dice lunga da quanto sono su piazza e ho da raccontare a mio figlio».

Età dell’erede ?
«Ormai 16 anni. Mia moglie è una bravissima sassofonista-cantante, a 24 giorni veniva allattato dietro le quinte di un tour di Mario Biondi ed è cresciuto tra concerti e sound check: ora ha l’orecchio assoluto, studia al Conservatorio, suona il piano, compone canzoni… Non l’abbiamo spinto, ci s’è trovato: è seconda generazione in purezza».

Lei come si è formato?
«Liceo classico. Un po’ di pianoforte al Conservatorio e tanti insegnanti privati, studiando come un matto da solo nella mia stanzetta. Lettere all’Università, ma solo 7/8 esami perché lavoravo troppo e non avevo tempo. Laurea quindi solo “honoris causa”: ma perché ci hanno fatto un capitolo di Smetto quando voglio. E poi tanta fortuna: incontri giusti al momento giusto, una lunga gavetta finita bene».

Sanacore, Fornari… Altri incontri giusti?
«Gigi Proietti. Penso sia stata la cosa migliore per conoscere la pratica teatrale in tutte le sue sfaccettature, dal falegname all’attrezzista, regista, attore…Quando fondò il Globe Theatre ero il compositore delle musiche dei suoi spettacoli, e quindi la mia presenza era prevista sempre. A lui ero arrivato tramite Fornari: ero stato il pianista che accompagnava i ragazzi dell’ultimo anno nel saggio di diploma. Ed è accompagnando al piano Gigi in un programma tv che feci la mia prima apparizione in scena».

Sono tanti anni di gavetta prima di Smetto quando voglio.
«Quasi infinita. Quando lo girammo, Edoardo Leo fu il primo a dirmelo: “Questo film ti cambierà la vita”. Sa cosa mi piace sempre raccontare? Il provino che mi fece Sydney Sibilia in assoluto il più duro ma più di soddisfazione: l’impressione che stavi lavorando ».

E con Michele Placido? Romanzo criminale fu importante, ma non la svolta per lei.
«Nessun provino con lui. Stava preparando il cast e venne a vedere Scamarcio in uno spettacolo in cui c’ero anch’io. Prese lui per fare il Nero e me per il Secco: sulla fiducia. “Mi piace come canti”. Nessun provino, mi diede il copione, con il Secco diventato musicista di pianobar a copertura dell’attività criminale. “Ci vediamo tra un mese. Studia”. Che gran colpo: c’erano tutti i migliori attori della mia generazione».

Gli amici di cinema?
«Edoardo Leo e Massimiliano Bruno. Magari non ci si vede come vorremmo e dovremmo. Però ad agosto saremo io ed Edoardo a celebrare il matrimonio di Massimiliano».

Il film di cui è più orgoglioso?
«Il nome della rosa, la serie con Turturro, anche se nessuno mi riconosce, nascosto sotto quattro ore di trucco per diventare Salvatore. Una produzione davvero imponente che purtroppo non ha avuto il giusto riconoscimento».

Prossimamente?
«In autunno usciranno Un tranquillo funerale di famiglia di Bruno, con Abatantuono, Sermonti, Pandolfi, Stefania Sandrelli e Sotto a chi tocca di Giorgio Pasotti. Sono appena tornato dall’Isola d’Elba dove abbiamo girato BarLume: solita compagnia di giro, solita consegna alla segretezza. A settembre invece parto per la Grecia per la seconda stagione di Kostas. A teatro tornerò con Dioggene, monologo in romanesco, volgare toscano e italiano che tanto ha inorgoglito la mia storica prof di filosofia».

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