Stop dell’Arabia, incubo petrolio per l’Europa: pericolo razionamenti e barile a 140 dollari

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L’Europa rischia uno shock petrolifero ancora più grave del previsto. La sicurezza energetica del continente si trova di fronte a un nuovo strappo dopo che i raid con droni – e missili, ancora ieri – hanno paralizzato l’oleodotto East-West di Saudi Aramco, interrompendo le forniture di greggio saudita proprio alle porte dell’autunno. JPMorgan ha rinunciato venerdì scorso a fare previsioni sul prezzo del greggio data l’incertezza. Ma il timore degli hedge fund come Brevan Howard è che si possa presto passare quota 140 dollari al barile, vicino a quel 147,25 dollari toccato nel luglio 2008. Con lo Stretto di Hormuz bloccato e il Medio Oriente in fiamme, la chiusura del condotto azzera i flussi diretti verso l’Occidente. «Le raffinerie europee che dipendevano dal greggio arabo attraverso il Mar Rosso devono trovare alternative, ma non tutti i greggi sono uguali», ha sottolineato Wells Fargo in una nota. Questo perché il taglio espone la vulnerabilità del blocco continentale in una fase di estrema fragilità macroeconomica.

Saudi Aramco ha informato almeno due clienti industriali europei che il prossimo mese non assegnerà carichi di greggio nell’ambito dei contratti a lungo termine. La decisione riguarda la totalità dei compratori europei. Per l’Ue si tratta di un colpo significativo sul fronte degli approvvigionamenti. I Ventisette consumano circa 10 milioni di barili di petrolio al giorno e oltre 330 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Il greggio di Riad costituiva un pilastro irrinunciabile per la raffinazione continentale. L’Agenzia Internazionale dell’Energia rileva che i Paesi europei dell’Ocse hanno importato 577.000 barili al giorno dall’Arabia Saudita nel mese di giugno. Questo volume viene a mancare quasi del tutto. Le raffinerie europee, che in genere ritirano il petrolio saudita dal terminale egiziano di Sidi Kerir, sono state spinte a una ricerca affannosa di barili alternativi per evitare fermi agli impianti. La polacca Orlen ha già acquistato 16 carichi da Norvegia, Gran Bretagna, Algeria, Kazakistan, Azerbaigian e Americhe. «Le consegne di petrolio alla Polonia e alle restanti raffinerie del Gruppo Orlen vengono effettuate su base continuativa e coprono interamente il loro fabbisogno», ha annunciato l’azienda. Tuttavia i barili arabi hanno qualità uniche, ideali per gli impianti europei concepiti per lavorare qualità medie e pesanti, e la loro sostituzione è complessa.

L’infrastruttura colpita rappresenta il perno dell’export saudita verso l’Occidente. L’oleodotto East-West, noto come Petroline, misura 1.200 chilometri e attraversa la penisola arabica dai giacimenti orientali di Abqaiq fino al porto di Yanbu sul Mar Rosso. Costruito negli anni Ottanta durante la guerra tra Iran e Iraq, l’impianto consente di bypassare lo Stretto di Hormuz, punto di transito per il 20% delle forniture globali di petrolio e gas naturale liquefatto, bloccato dalle ostilità esplose a fine febbraio tra le forze statunitensi, israeliane e Teheran. I droni lanciati dall’Iraq da milizie legate all’Iran e le pressioni dei ribelli Houthi hanno danneggiato due delle undici stazioni di pompaggio per ovviare ai problemi di dislivello da Golfo Persico al Mar Rosso, dato che bisogna bypassare la catena montuosa dello Hijaz. Spingendo così Riad alla chiusura precauzionale dell’arteria. Il condotto trasportava fino a 5 milioni di barili al giorno, equivalenti al 5% dell’offerta planetaria. E la sua protezione si rivela complessa. «Il dispiegamento di sistemi anti-drone lungo 1.200 chilometri di territorio saudita per difendere l’oleodotto sarebbe un processo che richiede molte risorse», sottolineano gli analisti dell’Institute for the Study of War.

Le conseguenze investono l’intera catena del valore e riaccendono le tensioni sui prezzi. Sul mercato europeo il benchmark del Dated Brent ha superato i 130 dollari al barile, mentre il greggio scambiato sui listini internazionali oscilla attorno ai 113 dollari, spinto da un vuoto di offerta stimato tra 3,5 e 4 milioni di barili al giorno. Come evidenziato dalla banca statunitense Citi, un rincaro prolungato del greggio e del diesel comporterebbe costi marcati per trasporti, agricoltura e famiglie, aumentando i timori per l’inflazione europea. Aramco ha iniziato a offrire carichi spot verso l’Asia dal Golfo Persico, ma questa rotta esclude l’Ue. Per raggiungere i porti comunitari le navi dovrebbero sfidare i missili Houthi nel Mar Rosso o circumnavigare il Capo di Buona Speranza affrontando cinque settimane di navigazione. I tentativi di riparazione procedono tra mille ostacoli. Riad punta a ripristinare la piena operatività in sei/otto settimane.

Le scorte a Yanbu sono però al limite. Meno di 9 milioni di barili di greggio a fronte di una capacità di stoccaggio da 35 milioni. Le raffinerie della costa occidentale saudita «fanno sempre più affidamento sulle provviste, mentre le esportazioni verso Suez sono parzialmente interrotte», avverte la società di analisi Kpler, segnalando che le riserve residue bastano per pochi giorni. Fra i quattro e i sei per la precisione. Senza un rapido ripristino dei flussi e con la costante minaccia di nuovi raid, l’autunno europeo rischia di aprirsi con un pesante razionamento industriale.

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