I Tamango non sono una band. Non sono un gruppo, non sono un’associazione. E no, in questo caso non sono nemmeno un cocktail dalle presunte proprietà allucinogene. I Tamango sono piuttosto un’entità. Un gigantesco corpo fluido, nato con tre ragazzi di Chieri e oggi diventato un organico di oltre 40 persone: musicisti, registi, sarti, attori, scenografi e falegnami. Il loro quartier generale è un ex deposito comunale nella zona della Colletta, a Torino. Uno spazio ibrido che è insieme sala prove, officina e laboratorio sartoriale.
«È un’Isola delle Rose, un non-luogo dove si vive secondo le regole della tribù. Un ambiente protetto dove poter sperimentare, pensare e parlare artisticamente», così lo descrive Manfredi Maida, manager del progetto. È suo fratello Marcello, una delle voci dei Tamango, ad aver dato origine a tutto questo nel 2020 insieme ad Alberto Tirelli e Federico Anello. Sono tutti ventenni. Un’arte anarchica ma strutturata, prima ancora che uno stile musicale, che da Torino sta colonizzando tutta Italia con un progetto: la Rampallonata. Un tour nato per ironizzare sulla malattia tutta italiana dei grandi numeri. «Ci troviamo in un momento storico in cui l’industria discografica valuta un artista in base al numero di volte che fa uno stadio – spiega il manager – Noi, che siamo fuori da queste logiche, abbiamo voluto ironizzare annunciando questo tour alle nostre condizioni». Perché i Tamango gli “stadi” se li scelgono minuscoli, i campetti in terra battuta del calcio dilettantistico di periferia. Quella di quest’anno è la Rampallonata II e ha già toccato Torino, Milano, Bologna e Roma.
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Una rivoluzione gentile
Il collettivo monta palchi modulari fatti a mano, gestisce i bar e si occupa persino della logistica. Il risultato è uno show-delirio di tre ore dove teatro, danza e musica si fondono azzerando le transenne. Un’astronave totalmente indipendente che ha chiuso la porta in faccia alle major, accorse in massa quando il brano “Il cielo sopra Berlino” è diventato virale sui social. Era una sera di qualche anno fa, i neonati Tamango suonavano al Mad Dog Social Club. Qualcuno ha fatto un video è lo ha buttato nell’algoritmo. Ora, nonostante gli oltre 150mila ascoltatori mensili, i contratti sono rimasti sul tavolo. «Saremmo rientrati nel rapporto canonico etichetta-artista – spiega Manfredi Maida – che ti fa firmare per la sola musica lasciando fuori tutto il resto». Un’indipendenza che si riflette anche nel merchandising della Rampallonata: «Recuperiamo la merce rimasta invenduta nei magazzini, come in un mercato – spiega Maida – Un omaggio a Torino, che ha quello all’aperto più grande d’Europa (a Porta Palazzo, ndr.)».
La Rampallonata 

“T’amango”, il primo album
A inizio estate è uscito “t’amango”, il loro primo vero album. Un gioco di parole che si riappropria del nome scelto per il progetto, «un suono caldo e avvolgente», spiega Maida. Nei brani c’è la loro solita anarchia un po’ futuristica, la voglia di andare contro il sistema e distruggere tutto, per poi ricostruire. Una sorta di Arancia Meccanica girata da Wes Anderson «Guerriglia, rivoluzione, signore e signori, arrendetevi adesso», cantano in “Matador”. Ma c’è anche l’agrodolce dei brani intimi come “Una casa in campagna” e “Donna”, romantici a loro modo, già vista in precedenza “Maladie d’amour”. Lì sarebbero stati disposti a «farsi tutta Toro in contromano, a notte fonda, per un bacio». E poi la cruda “Morire, in Corso Francia”, il morbido sassofono di “Vado”. Canzoni provocatorie, come “Claudio Bisio” e “Sono gay”. Basi insolite, testi anche, nulla di simile al classico indie italiano. Non resta che arrendersi. Oppure salire a bordo.
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