Mille volte sull’orlo dell’abisso, appeso all’ala di un aereo, attaccato alla parete di un grattacielo. Eppure stavolta Tom Cruise è andato oltre, più lontano di sempre, ha rinunciato alle sue sicurezze, al sorriso smagliante, ai muscoli tesi, al ciuffo da ragazzo sulla fronte. Flaccido, violento, umanamente spregevole, Cruise ha portato a termine la sua ennesima missione impossibile, diventare Digger Rockwell, il magnate del petrolio che, nel nuovo film del regista messicano premio Oscar Alejandro Gonzalez Inarritu, manda il mondo in malora e pretende anche di avere ragione: «Quando analizzo un ruolo – spiega – non mi concentro solo sul personaggio, cerco l’umorismo, il dramma, la fisicità, il trucco. Devo ammettere però che mai una parte mi ha messo alla prova in questo modo. Ho dovuto attingere a tutta la mia esperienza, a tutto quello che ho imparato in questi anni, per poter essere all’altezza».
Abituato a nuotare nell’oceano del proprio egoismo, responsabile di una catastrofe universale eppure interessato solo agli ultimi rantoli della prediletta gattina, pronto a fronteggiare un presidente Usa ottuso e aggressivo (John Goodman) senza mai pentirsi dei suoi gesti scellerati, il mattatore di Digger è, in realtà, lo specchio deformante di tutti noi: «Alejandro – dice Cruise – ha messo in luce la nostra umanità in modo così divertente e spiritoso, vorrei che le persone si identificassero con questa storia, la scoprissero, e ne discutessero tra loro».
Gli spunti ci sono tutti, parlano di una società sull’orlo del baratro, delle estreme conseguenze del disastro ambientale, dei ghiacci che si sciolgono, dell’uso sfrenato di materiali che servono per vivere attaccati ai cellulari e per favorire lo sviluppo dell’A.I. senza valutarne le conseguenze, dei mari inquinati, dei profitti smodati di pochi e della miseria crescente di tanti. La lente per osservare il tutto è surreale, grottesca, sostenuta dalla messa in scena brechtiana che serve a distanziare (tutto quello cui assistiamo è uno spettacolo teatrale) ma anche smentita dal finale dove, al contrario, si vede che l’incubo è già da tempo divenuto vita quotidiana: «Per me – chiarisce Inarritu – Digger va oltre la politica, racconta la storia più antica che sia mai stata raccontata, quella che ruota intorno all’avidità insaziabile, al potere e all’irresponsabilità. E poi illustra il ruolo dell’arte, la sua futilità e insieme il suo essere necessaria, la verità nelle menzogne che raccontiamo per dare un senso alla nostra assurda realtà».
Gli stessi modi di fare, aggiunge Cruise, «si ritrovano anche nei cortili delle scuole. Non occorre essere ricchi per esercitare potere o per fare il bullo. Il gioco del potere è in atto ovunque, a ogni livello della società. Nessuno ne è immune, la storia la scrivono i vincitori. Le cose cambiano in fretta, ma la natura umana non è cambiata». Storia di sempre, ma soprattutto storia di adesso, tessuta di rimandi all’attualità e animata da personaggi che fanno pensare ai notiziari, Digger (da domani nei cinema con Warner) è il frutto di un’idea nata dieci anni fa: «Con Sabina Berman abbiamo scritto la sceneggiatura nel 2017 – racconta l’autore -. La cosa strana era che la realtà continuava a superare la nostra versione romanzata. Era una realtà che, ogni giorno, negli ultimi nove anni, ha superato la finzione, lasciandoci indietro, costringendoci ad adattarci, facendoci mancare il terreno sotto i piedi. Abbiamo imparato che la realtà ci offre gli eventi, ma anche che è l’immaginazione a permettere di riconoscerci in essi. Da qualche parte, tra queste due cose, è nato il film».
Intorno alla maschera del protagonista, un Tom Cruise ineguagliabile, già in pole position per l’Oscar 2027 con un ruolo a due facce, visto che è il mattatore sopra le righe della piece teatrale ma anche l’attore che lo interpreta, ruota un cast di stelle, da Riz Ahmed nel ruolo di Ganesh, il consigliere scientifico che invano cerca di mettere in allarme il potere, ma alla fine è travolto dagli eventi, a Sandra Huller in quello di Emma, la sorella di Digger, concentrata su un’impresa ecologica che potrebbe rivelarsi pericolosa per l’ambiente esattamente quanto lo sconsiderato saccheggio di risorse naturali operato dal fratello.
Ognuno è la versione peggiore di se stesso e, forse anche per questo, sembra dire Inarritu, il pianeta è destinato all’autodistruzione: «Mi piacciono – confessa il regista – i film che fanno ridere ma con un’anima drammatica. Qui l’anima è il disastro naturale. Ma non sono il disastro e le sue conseguenze a farci ridere, piuttosto è il modo assurdo in cui gli esseri umani reagiscono ad esso. Per me, Digger è una commedia terrificante, anzi, meglio, un film catastrofico esilarante». Cruise fa eco: «Alejandro ha puntato i riflettori sulle scelte fondamentali dell’umanità, rendendole incredibilmente divertenti, spiritose, profonde», ma è chiaro che, senza la sua performance, sarebbe stato difficile raggiungere l’obiettivo: «Digger è un personaggio più grande della vita e Tom Cruise era l’unico attore che riuscivo a immaginare per il ruolo, conoscevo la sua versatilità, eppure mi ha sorpreso».

Una sfida che il divo Cruise, sempre impegnato a superare i suoi limiti, non poteva che accettare: «Sono uno spettatore, adoro sedermi in sala nei week end, mi piace essere lì con gli altri, vivere l’esperienza insieme a loro. È una cosa che faccio da quando ero bambino, ogni volta mi sono chiesto se si stavano divertendo tanto quanto me. Quello che desidero è che le persone si immergano nell’esperienza, che intraprendano il viaggio proiettato sullo schermo. Per farlo ci vuole l’impegno di tutti noi».
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