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Qualcuno ricorderà una celebre battuta di Ronald Reagan: “Le nove parole più terrificanti della lingua inglese sono: vengo dal governo e sono qui per aiutare”. Correva il 1986, il Muro di Berlino non era ancora venuto giù e si pensava che il mercato avrebbe avuto la meglio su ogni deriva statalista, al di qua e al di là dell’Atlantico. Allora pochi credevano nella possibilità che la Cina diventasse un concorrente temibile dell’Occidente, e invece la rivincita secolare si è puntualmente avverata. Oggi l’Occidente per recuperare terreno sullo strapotere tecnologico e geopolitico di Pechino è costretto a rincorrere i metodi di quel regime statal-liberista.
Da tempo gli analisti americani raccontano come negli Stati Uniti, la patria dei animal spirits, siano tornate in auge le politiche industriali come unico antidoto alla fine del multilateralismo. Dall’emergenza Covid in poi, fra la prima e la seconda presidenza Trump, e in mezzo con Joe Biden è stato un crescendo rossianiano di statalismo. Prima il sostegno alle aziende farmaceutiche per sviluppare i vaccini (con l’eccezione orgogliosa di Pfizer), poi l’Inflation Reduction Act e il Chips Act, nell’ordine un green deal all’americana con tanto di sussidi e dazi contro l’Europa, e un gigantesco piano di sostegno all’industria americana dei microprocessori. Secondo le stime del Center for Strategic and International Studies solo quest’ultimo è costato al contribuente americano 450 miliardi di dollari.
L’ultima frontiera – quella che sembrava sepolta dalla storia – è l’ingresso diretto della Casa Bianca nel capitale delle aziende. Nel Paese con il più ricco e florido mercato azionario mondiale, l’Amministrazione Trump ha iniziato a investire in molte aziende giudicate strategiche. L’ultimo caso – questa settimana – è quello di OpenAi, il gigante dell’intelligenza artificiale guidato da Sam Altman. La tesi di Altman – che ha offerto alla Casa Bianca il cinque per cento del suo capitale (non quotato come i concorrenti) sarebbe il modo migliore per condividere i benefici dell’intelligenza artificiale. Per “benefici” vanno intesi anche quelli per le commesse pubbliche, ca va sans dire. Il solo contratto in essere di Open Ai con il Dipartimento della Difesa – quello che costò un duro scontro con Anthropic raccontato qui – vale 200 miliardi di dollari. Il cinque per cento offerto da Altman alla Casa Bianca è stimato pari a un quinto, circa 42 miliardi. Altman è così entusiasta della sua idea da averla suggerita ai concorrenti, da Anthropic a Google passando per Meta: la quota di minoranza dovrebbe essere conferita a un fondo sovrano simile all’Alaska Permanent Fund, nato per investire le ricchezze petrolifere del cinquantesimo Stato americano e distribuire dividendi al governo di Anchorage.
Non è la prima volta dall’inizio del secondo mandato di Trump che la Casa Bianca investe capitale pubblico in aziende tecnologiche. La cessione del cinque per cento di OpenAi – se andrà in porto – sarà l’undicesimo caso in pochi mesi. Dall’inizio della campagna acquisti sono stati investiti circa dieci miliardi di dollari, gran parte dei quali necessari ad acquisire il dieci per cento di Intel, la più grande azienda americana di microprocessori. Benché gli americani siano forti nella progettazione dei chip, oltre il novanta per cento dei semiconduttori è prodotto a Taiwan. La ragione è ormai nota a tutti: con anni di lungimirante campagna geopolitica, la Cina si è garantita un sostanziale monopolio nell’estrazione delle terre rare, i minerali necessari alla produzione dei chip come Silicio, Germanio, Gallio, Lantanio, Cerio, Neodimio, Ittrio.
E così la Casa Bianca, nel tentativo di recuperare terreno, ha iniziato a investire anche nelle aziende estrattive. Ha comprato il quindici per cento di MP Materials, alcune attività americane di Korea Zinc, il cinque per cento di Lithium Americas, ha investito cinquanta milioni nelle azioni di Vulcan Elements. E ancora: xLight, Trilogy Metals, ha investito nell’otto per cento di Westinghouse, la numero uno delle tecnologie nucleari. Nell’ottobre 2025 il governo ha firmato un accordo da decine di miliardi di dollari per un piano di nuovi reattori entro il 2030: l’amministrazione si occuperà di finanziamenti, acquisizione dei terreni, riduzione degli ostacoli normativi. Più nucleare significa più energia per alimentare i sempre più grandi data center di intelligenza artificiale. Poi ci sono le partecipazioni creative in Nvidia, Amd, nel gigante dell’acciaio U.S. Steel, altro settore minacciato dalla concorrenza orientale in tutto il mondo. I più interessanti sono gli accordi firmati con i due grandi produttori di chip: la Casa Bianca riceve una parte dei ricavi derivanti dalle loro vendite in Cina, in cambio consente a Nvidia e Amd di vendere alcuni tipi di prodotti in Cina. Una via di mezzo fra un dazio e una vigilanza occhiuta su ciò che viene ceduto ai produttori cinesi.
La concentrazione di potere possibile in conseguenza di tanto interventismo è enorme, soprattutto per un’amministrazione già nota per non aver scrupoli nel rispettare le regole sul conflitto di interessi. Ma lo Zeigeist è questo, e occorre farci i conti. Soprattutto nella sonnolenta Europa, che di politiche industriali comuni parla molto e ne realizza poche.
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