WASHINGTON. Il vicepresidente americano JD Vance ieri sera era ancora a Washington, nessun decollo dell’Air Force 2 alla volta del Pakistan. Già nel primo pomeriggio il vicepresidente era stato “avvistato” alla Casa Bianca, e alcune fonti avevano riferito ai reporter che il viaggio a Islamabad per i negoziati con gli iraniani sarebbe avvenuto non prima di martedì mattina.
La situazione è troppo fluida e alla Casa Bianca sono giunti messaggi contraddittori da Teheran, tali da frenare l’esuberanza di Trump che aveva proclamato euforico l’imminenza della pace.
La CNN ha riferito che gli iraniani non hanno apprezzato lo stile negoziale di Trump fatto di post sui social media. In particolare, Teheran non ha gradito che il presidente Usa abbia definito chiusi alcuni contenziosi che nemmeno erano stati pienamente discussi, ha detto un funzionario Usa. Nel mirino alcuni commenti che venerdì il leader Usa ha fatto a Bloomberg – “l’Iran ha accettato la sospensione illimitata del nucleare” – alla CBS – “Teheran è d’accordo su tutto” – e ad Axios al quale parlò di “accordo in uno-due giorni”.
La leadership della Repubblica islamica è spaccata sui negoziati e nella notte ancora non era stata presa una decisione se andare a meno a Islamabad. Usa e Iran riconoscono nel Pakistan il principale e forse unico, almeno questo nelle parole di Trump, interlocutore.
l’analisi
Usa-Iran, in Pakistan ancora una partita a poker. Non per la pace, ma per rinviare la guerra
ETTORE SEQUI

Ma i termini negoziali, riconoscono diversi analisti, sono differenti. Così come gli obiettivi. Washington mette in cima alla lista lo smantellamento dell’uranio arricchito la chiusura del programma nucleare – o un suo congelamento – e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Il regime iraniano, spiega un analista vicino alla diaspora, invece parla di “sopravvivenza del regime”. Su questo aspetto fa leva ad esempio Hady Amr, non residente fellow alla Brookings Institution e per tre anni sotto l’Amministrazione Biden “rappresentante speciale per gli Affari Palestinesi”. «Trump sta sottovalutando la determinazione degli iraniani se pensa che si sentano sulla difensiva o disperati nel voler risolvere la situazione – ha detto a La Stampa. – Dal punto di vista iraniano, al di là della distruzione del Paese e dell’uccisione della leadership, questo è un governo che considera il proprio semplice sopravvivere e la capacità di resistere a una superpotenza come un successo. Per loro sopravvivere è già una vittoria».

La sopravvivenza esige condizioni di sicurezza. Per il regime significa il nucleare. E dopo il conflitto, Teheran potrebbe essere persino più radicale nell’esigere la sua atomica. «Ironia della sorte – dice Hady Amr – l’obiettivo della guerra era contenere la proliferazione nucleare. Ma si potrebbe sostenere che nel lungo periodo, finirà probabilmente per accelerarla sia in altri Paesi sia forse nello stesso Iran. Perché a quanto pare nessuno attacca la Corea del Nord o il Pakistan».
In Full Metal Jacket, appena il Marine e reporter Joker arriva al fronte viene apostrofato da un ufficiale per la spilla pacifista appuntata sul bavero, fra l’altro abbinata alla scritta «nato per uccidere» sopra l’elmetto. L’ufficiale gli spiega il significato profondo di quella guerra, e perché non ci devono essere ambiguità: «Siamo qui per liberare il popolo vietnamita». In quanto, continua, «in ogni gook, muso giallo, c’è un americano pronto a venire fuori». Il concetto sintetizza bene le guerre in Estremo e Medio Oriente degli ultimi decenni. Portare i valori occidentali, la democrazia, la civiltà, lo stile di vita.
Anche in ogni afghano, o iracheno, c’era un americano pronto a venire fuori. Ma poi non si è manifestato. E questo ha contribuito alla virata nella politica estera statunitense. Le guerre tornano a essere presentate come opportunità, soprattutto economiche e di potenza. Se ne sono accorti i diretti interessati. Il conflitto in corso è vissuto dai libanesi non come una lotta per essere liberati ma piuttosto per non essere amputati di un pezzo del proprio territorio. Comprese le acque adiacenti, con il promettente giacimento di gas «Qana». I giornali locali parlano soprattutto di questo, oltre che dei villaggi distrutti, del milione di profughi che tornano alle case demolite. O delle statue di Cristo decapitate.
l’intervista
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E anche i cristiani libanesi non si fanno più illusioni. Oltre che in 11 confessioni, sono divisi anche in due grandi categorie. I ricchi, i milionari, francofoni, le madame del quartiere chic di Ashrafieh che si vantano «mes filles ne parlent un mot d’arabe», le mie figlie non parlano una parola d’arabo. Ma sono già quasi tutti nelle seconde case in Francia. E poi ci sono quelli dei villaggi, che parlano arabo, nel Nord e anche nel Sud, delle cittadine bombardate, dei santuari mariani, condivisi da secoli con gli sciiti vicini di casa. Fanno parte, in fondo, dei cristiani del Sud del Mondo. Quelli che hanno appena ricevuto la visita del Papa. Musi gialli, neri od olivastri, direbbe l’ufficiale nel film di Kubrick. E pure senza un americano pronto a venire fuori.

Il tempo non gioca a favore di Washington. C’è una sottile crepa nell’Amministrazione. Ci sono coloro che pensano in termini di “politics”; e quelli che pensano alla policy. Tradotto, Susie Wiles, capo dello staff, tiene riunioni con i collaboratori e preme su Trump perché al più presto esca dall’Iran e si concentri sulle Midterm dove stanno precipitando le azioni dei repubblicani: anche le chance di tenere il controllo del Senato (ad oggi 3 senatori di maggioranza) stanno diminuendo. Le parole di Chris Wright, segretario dell’Energia, che domenica ai talk show tv ha detto di non vedere il prezzo del gallone di benzina sotto i 3 dollari prima del 2027 ha fatto tremare i conservatori. «Si sbaglia», ha detto lunedì Trump provando a riportare “i buoi nella stalla”. Ma con le quotazioni del petrolio – Brent e Wti – sopra i 90 dollari e la benzina a 4,12 dollari al gallone le sue parole non tranquillano gli americani.
Il fronte della policy pensa all’opzione migliore in termini strategici. Un accordo con l’Iran di lunga durata è la soluzione auspicata, ma anche la più difficile viste premesse inconciliabili. Il no al nucleare cozza con quello che la leadership iraniana ha ribadito nel weekend, “nessuno può negarci il diritto di avere il nucleare”.
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IACOPO LUZI

Su entrambi gli scenari incombe la fine del cessate il fuoco, mercoledì alle 8 di sera di Washington (le 3:30 della notte di giovedì a Teheran, le 2:30 italiane). Trump era convinto – almeno nelle dichiarazioni pubbliche – di non dover ricorrere a un’estensione del cessate il fuoco. Gli iraniani per uscire dall’impasse chiedono la fine del blocco navale all’imbocco dello Stretto di Hormuz, gli Usa potrebbero considerarlo, trapela.
In alcuni ambienti si fa notare come a Trump stia sfuggendo di mano la situazione. La mancanza – all’inizio del conflitto – di una chiara lista di obiettivi e della durata dell’impegno Usa ha complicato ogni passaggio successivo. A cominciare dal posto che il regime change occupa nella scala delle priorità americane: in cima nelle prime 72 ore di conflitto, stando alle dichiarazioni pubbliche, e poi sparito da narrazione se non per ricomparire sotto forma di dichiarazioni del tipo: «Il regime change c’è stato perché la vecchia leadership non c’è più». Frasi che non convincono ad esempio Mariam Memesadeghi, fondatrice di Our Vision – Cyrus Forum e attivista per la democrazia: «Se il regime alla fine resterà in sella, sarà un orrore come mai visto dalla popolazione, il regime sarà galvanizzato e si vendicherà».
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