Trump-Xi, vertice con i miliardari: Donald in Cina accompagnato da 17 big dall’economia

0
1

PECHINO. L’uomo che sussurra a Trump di cose cinesi si chiama Stephen Schwarzman ed è il Ceo del fondo Blackstone. Fa parte della delegazione di 16 leader della Corporate America arrivati ieri sera a Pechino con Trump. Conosce il tycoon dai tempi in cui Donald faceva il costruttore a New York. Con lui nella penthouse da 35 camere a Manhattan ha festeggiato i suoi 60 anni in un party da Grande Gatsby nel 2007. A differenza di altri miliardari ha sempre tenuto il suo portafoglio lontano dalle avventure politiche di Trump e nel 2016 non ne ha finanziato la corsa alla presidenza.

Fu Schwarzman nel 2018 a dire a Trump che denunciare Pechino come “manipolatore di valuta” non era saggio; e fu sempre lui a criticare l’uso disinibito della leva dei dazi. La sua forza sta in un rapporto a dir poco inusuale con Xi Jinping tanto che lo stesso leader cinese avrebbe usato in passato il finanziere come mediatore presso Trump. Tanta fiducia gli deriva dal fatto che Blackstone fu la prima società – dopo la quotazione in Borsa nel 2007 – ad attirare capitale e azioni cinesi tramite il Beijing Wonderful Investment che investì 3 miliardi di dollari e si accaparrò il 9,9% delle azioni, in seguito liquidate Oggi Washington vorrebbe creare un Board of Investment per far dialogare banche e finanza e grandi imprese dei due Paesi anche se il progetto, ha ammesso Jamieson Greer, Rappresentante Usa per il commercio, intervenendo qualche settimana fa all’Hudson Institute non e’ ancora al punto di cottura. Con Trump in questi giorni ci sono i capi di Citigroup, Visa, Mastercard – interessati ad aumentare l’esposizione in un Paese da 1,5 miliardi di persone e consumatori potenziali benché ancora riluttanti – oltre che Larry Fink ceo di Blackrock e David Solomon di Goldman Sachs.Scorrendo la lista dei Ceo emerge uno spaccato assai rappresentativo degli interessi americani verso la Cina distinto in tre gruppi.

Detto dei piani del mondo della finanza, ci sono poi, seconda compagine, gli industriali e gli agricoltori che più di tutti puntano a intese hic et nunc. Il terzo gruppo è riconducibile alla Silicon Valley fra semiconduttori e Intelligenza Artificiale di Elon Musk, Jensen Huang, Tim Cook, Sanjay Mehsotra.

Chi aspira a contratti da firmare e’ Brian Sikes. Guida il colosso dell’agroalimentare Cargill. Rappresenta i suoi interessi e pure quelli dei produttori del Midwest scioccati dal braccio di ferro tariffario che nel settembre del 2025 ha portato Xi a ordinare ai suoi importatori di chiudere i rubinetti a soia, granoturco e carne americana azzerando un giro di affari da 12,6 miliardi di dollari. La Cina produce appena un quinto del suo fabbisogno di soia e per gli agricoltori Usa un mercato cosi’ generoso non ha uguali. Come rappresaglia Trump penso’ di bloccare l’import di olio di frittura. La tensione durò qualche settimana, poi in ottobre fu firmata una tregua: gli acquisti di soia dureranno almeno sino al 2028 anche se con volumi ben differenti. Se Sikes vuole garanzie sul trade con Pechino, la Boeing guidata da Robert Kelly Ortberg vuole sbloccare la commessa monstre da 500 apparecchi 737 Max. Nel 2017 la Boeing ha firmato un’intesa per la consegna di 300 aerei per un valore di 69 miliardi. E’ restata parzialmente a livello di Memorandum dopo i guai sulla sicurezza passati dal colosso.

Il grosso della falange industriale americana però sbarca in Cina sotto l’etichetta AI e tecnologie innovative. C’è l’amico ritrovato Elon Musk che ha viaggiato sull’Air Force One da Washington; allo scalo per il rifornimento in Alaska si è aggregato al gruppo si Jensen Huang, Ceo di Nvidia. Nell’elenco diffuso lunedì il suo nome non compariva. Trump – mentre i media Usa sottolineavano il mancato invito – lo ha chiamato e trovato per lui un posto sull’AF1.

Dallo Stretto di Hormuz alle armi per Taiwan: il G2 di Pechino tra Trump e Xi Jinping

Il caso Nvidia è emblematico del braccio di ferro fra Usa e Cina sulle semiconduttori, tecnologie e minerali critici. Huang spinge perché vengano tolte le restrizioni all’export dei chip per l’intelligenza artificiale di ultima generazione. Vorrebbe esportare l’ultimo ritrovato tecnologico, H200. I suoi rapporti con Trump sono eccellenti. Huang è un donatore della Ballroom della Casa Bianca e con il governo Usa ha progetti per lo sviluppo di supercomputer e AI per garantire la superiorità americana nel campo dell’innovazione. Guida un’azienda dal valore di 5mila miliardi di dollari e il mercato cinese darebbe una spinta senza uguali. C’è il nodo della sicurezza nazionale pero’ nella cessione di semiconduttori di ultima generazione al rivale cinese. Di questa compagine dell’hi tech che cerca stabilita’ nelle relazioni con Pechino su lunga durata, fanno Cristiano Amon di Qualcomm, Jacob Thaysen che con Illumina espande le frontiere della genetica in campo medico, e poi Tim Cook. Il ceo di Apple la sua partita con Trump l’ha già vinta quando il presidente, in pieno furore tariffario, impose i dazi anche all’import di iPhone. Sparirono dopo pochi giorni quando le proiezioni dei costi di produzione sul suolo americano offrirono il miglior antidoto contro le tariffe: un iPhone sarebbe arrivato a costare ben oltre 2mila dollari.

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it