Ultimi mesi di Pnrr, promossi e bocciati

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«Next Generation Eu non è soltanto un piano per la ripresa. È un’occasione unica per uscire più forti dalla pandemia, trasformare le nostre economie, creare opportunità e posti di lavoro». Correva il 13 luglio del 2021. L’Unione è dentro la più grave recessione dal Dopoguerra, e per questo approva il più grande piano di spesa pubblica da allora: 340 miliardi di euro. Più grande del Piano Marshall che – al cambio attuale – ne valse duecento, quanto avuto dalla sola Italia. Si dirà: se Emmanuel Macron ora propone di costruire la difesa comune attraverso altri eurobond, non deve essere andata così male. Se, viceversa, dobbiamo dire quanto «l’occasione unica» sia stata colta in Italia, avrebbe potuto andare meglio.

A due mesi dalla prima scadenza ufficiale – quella del 30 giugno -, il giudizio sul Piano nazionale di ripresa e resilienza italiano (Pnrr) va diviso in tre parti: quanto abbiamo speso, come l’abbiamo speso, e in nome di quali riforme, una delle condizioni poste dalla Commissione europea per concedere 72 miliardi a fondo perduto. Partiamo da quel che sappiamo, perché uno dei problemi del Pnrr sono i ritardi e l’opacità delle informazioni. L’ultimo rapporto approfondito è dei tecnici di Camera e Senato, e risale al 13 aprile. Al 28 febbraio la spesa dichiarata dalle amministrazioni pubbliche ammontava a 113,5 miliardi di euro. Abbiamo incassato il 78,8% delle risorse, 153,2 miliardi su 194,4. A breve il governo avrà la nona rata, poi chiederà la decima, l’ultima e la più grande: 28,4 miliardi. La banca dati Regis, quella in cui le amministrazioni sono tenute a caricare i resoconti dei lavori, dice che su un totale di 632.261 progetti, il 28 febbraio ne erano stati conclusi 384.073 – il 60,7 per cento – altri 235.418 erano «in corso», 10.254 «da attivare». L’ammontare delle tre voci racconta una realtà meno rassicurante: i lavori conclusi valevano 30,7 miliardi, quelli in corso ben 135,3. Con questi numeri è difficile sostenere che l’Italia rispetterà le scadenze, ma occorrono alcuni caveat. Il primo: Regis è una fonte affidabile ma in ritardo di circa quattro mesi sull’andamento effettivo dei lavori. Il secondo: ventiquattro miliardi di euro sono già stati “impacchettati” in strumenti finanziari che permetteranno in alcuni casi di arrivare con le spese al 2028. E terzo: il 30 giugno non è una scadenza perentoria, soprattutto per gli interventi frutto delle revisioni successive. In questo caso il termine indicativo è del 31 agosto.

Ora viene la seconda domanda: abbiamo speso bene questi soldi? Se il metro di misura è l’incipit citato nelle pagine web della Commissione europea, la risposta dovrebbe essere no. Se restiamo ai numeri, il rapporto di Camera e Senato (in grafica qui) dice che l’Italia il 4 marzo aveva raggiunto il 63,7 per cento degli obiettivi di riforma, tutto sommato fra i migliori nell’Unione dopo Francia, Danimarca, Austria, Irlanda e Lussemburgo, i cui piani sono però molto più piccoli di quello italiano. Altra cosa è misurare i risultati nei singoli settori. Nel suo ultimo intervento in Parlamento – è il 14 aprile -, il ministro degli Affari europei Tommaso Foti dice esplicitamente che dove il Pnrr ha fallito è stata soprattutto responsabilità della burocrazia locale e della scarsa iniziativa privata. Tre gli esempi significativi. Avevamo preso l’impegno di raddoppiare i posti negli studentati – sessantamila – e il governo quest’anno ne avrà realizzati la metà, perché sono mancate le richieste dei Comuni, e dunque sono stati attivati i privati. Gli altri trentamila arriveranno da investimenti di Cassa depositi e prestiti “impacchettati” per essere realizzati entro il 2028. Secondo esempio: gli asili nido. Avremmo dovuto realizzarne 500 mila in più degli attuali, arriveremo a 150 mila. «Come farne di più se i Comuni non hanno partecipato ai bandi?», chiede Foti. E ancora, gli investimenti in tecnologie a idrogeno, uno dei fallimenti del Pnrr fra quelli più innovativi: «Non c’erano progetti di privati sufficienti a coprire lo stanziamento», e dunque sono stati cassati.

Di certo il Pnrr ha sostenuto una crescita che negli ultimi tre anni non ha mai superato i tre decimali a trimestre. Carlo Altomonte dell’Università Bocconi vede il bicchiere mezzo pieno: «L’Italia ha recuperato completamente il gap di investimenti che la separava dalla Germania dal 2010. Qualcuno potrebbe obiettare ciò lo si deve ai Superbonus edilizi (il Pnrr ha contributo a sistemare anche quella voragine di costi per 14 miliardi, ndr) o alle infrastrutture, e invece oggi un’economia si fa con il capitale intangibile, i brevetti, l’intelligenza artificiale. Tutto vero, ma la domanda da porsi è un’altra: perché l’Italia nonostante questo cresce poco? Forse il Pnrr quel che poteva fare l’ha fatto, e probabilmente nel farlo ha creato altre distorsioni, penso all’eccesso di occupazione in settori tradizionali. Ma non è questo un tema più largo di politica economica? Non sono scesi il costo dell’energia, la pressione fiscale, i salari sono più bassi del 2019». Il direttore generale di Assonime Stefano Firpo, autore di un bilancio provvisorio del piano, si concentra sulla crescita bassa: «È stata un’enorme iniezione di spesa pubblica, talvolta ben riuscita, più spesso mal allocata. Il moltiplicatore sugli investimenti privati è stato modestissimo. In quanto alle riforme: cosa ha fatto ad esempio il governo per migliorare la concorrenza? E poi è incredibile constatare come l’opinione pubblica e i media si siano preoccupati così poco di come sono stati spesi duecento miliardi, gran parte dei quali a debito».

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