Un virus di 3.700 anni fa nascosto nelle pergamene medievali: ecco perché

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Le pergamene dei manoscritti medievali possono sorprenderci e conservare molto più delle parole e delle immagini che vi sono state impresse. Uno studio internazionale coordinato dall’University College di Dublino ha individuato il Dna del virus del vaiolo ovino, lo sheeppox virus (Sppv), in 17 fogli di pergamena appartenenti a manoscritti storici conservati nel Regno Unito e nell’Europa continentale. L’analisi, pubblicata su Science Advances, ha permesso di ricostruire oltre 3.500 anni di evoluzione del patogeno.

Tra i manoscritti analizzati ci sono gli York Gospels, probabilmente realizzati a Canterbury tra il 990 e il 1020 e oggi conservati presso York Minster. Tre fogli sono risultati positivi al materiale genetico del virus: due appartengono al manoscritto antico, mentre il terzo fa parte di un documento aggiunto successivamente. Il virus è stato individuato anche nel Corpus Glossary, copiato intorno all’anno 800 e considerato uno dei più antichi dizionari della lingua inglese, e in una copia annotata delle Epistole di San Paolo conservata al Trinity College di Cambridge e risalente al VII-VIII secolo.

Complessivamente i ricercatori hanno ricavato 21 nuovi genomi antichi, integrando i dati ottenuti dalle pergamene con quelli provenienti da reperti archeologici. Il ritrovamento non significa che il virus sia ancora attivo: gli scienziati hanno recuperato e sequenziato materiale genetico antico, senza riportare in vita alcun agente infettivo.

La scoperta è legata alla stessa natura della pergamena. Prima di diventare una pagina, infatti, era pelle animale sottoposta a diversi processi di lavorazione. Il materiale genetico può quindi essere rimasto incorporato nella pelle e conservato per secoli. La presenza del virus, però, non dimostra necessariamente che l’animale da cui è stata ricavata la pergamena fosse infetto. Dei 17 fogli positivi, soltanto tre sono stati identificati come pelle di pecora, mentre dieci sono di vitello e quattro di capra.

I ricercatori ipotizzano quindi che il Dna possa essere stato trasferito durante la lavorazione delle pelli, anche attraverso bagni utilizzati collettivamente, oppure attraverso passaggi tra specie animali. Non vengono esclusi trasferimenti tra fogli o contaminazioni avvenute durante successive fasi di lavorazione, conservazione o restauro. Anche il ritrovamento su un documento di carta potrebbe essere spiegato dalla gelatina animale utilizzata storicamente per l’incollaggio e il trattamento della carta.

«Le pergamene non conservano soltanto la nostra storia culturale, ma anche la storia delle malattie che colpivano le nostre greggi nel Medioevo», osserva Kevin G. Daly, professore associato all’University College di Dublino e supervisore dello studio. I manoscritti possono dunque custodire, accanto alle informazioni lasciate intenzionalmente dagli scribi, una sorta di documentazione biologica involontaria dell’epoca in cui furono prodotti.

Per andare ancora più indietro nel tempo, gli studiosi hanno analizzato anche denti di pecora provenienti da siti archeologici in Russia e Kazakistan. Le sequenze genetiche indicano che il vaiolo ovino era già presente negli animali domestici dell’Eurasia intorno al 1700 avanti Cristo: la malattia accompagnerebbe quindi l’allevamento ovino da almeno 3.700 anni.

Lo studio ha permesso di ricostruire anche l’evoluzione dei capripoxvirus, il gruppo che comprende i virus responsabili del vaiolo ovino, del vaiolo caprino e della dermatite nodulare contagiosa. La divergenza delle principali linee evolutive sarebbe avvenuta in un periodo compreso approssimativamente tra 11.500 e 3.700 anni fa, in coincidenza con importanti trasformazioni delle società pastorali eurasiatiche, tra la diffusione degli animali domestici e gli spostamenti delle greggi.

Un elemento particolarmente significativo riguarda la stabilità genetica del virus del vaiolo ovino. «Il genoma del virus del vaiolo ovino è rimasto molto stabile nel corso degli ultimi millenni», spiega Louis L’Hôte, autore dello studio. Il confronto tra sequenze antiche e moderne può quindi aiutare a capire come i patogeni si siano evoluti e quale ruolo abbiano avuto i cambiamenti ambientali, le attività umane e i sistemi di allevamento nella loro diffusione.

La ricerca apre infine una nuova possibilità per lo studio delle collezioni conservate in biblioteche e archivi. Le pergamene potrebbero contenere tracce genetiche di antiche malattie animali mai documentate per iscritto, offrendo informazioni non solo sui patogeni ma anche sugli allevamenti e sulle società che dipendevano da essi. Le moderne tecniche di campionamento consentono inoltre di recuperare materiale genetico dalla superficie dei manoscritti limitando il rischio di danneggiarli.

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