Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco in Iran, il presidente americano Donald Trump ha annunciato quaranta volte un accordo imminente con Teheran. Altrettante le volte in cui ha minacciato il riavvio della guerra. Sono passati quasi quattro mesi dall’inizio della guerra, di cui oltre due di tregua, e ancora si attende. Sarà questa la volta buona in cui un memorandum d’intesa viene firmato? E se così fosse, quali scenari si apriranno in Medio Oriente?
I ripetuti annunci di pace di Trump, seguiti da minacce belligeranti contro l’Iran, sottolineano il crollo della credibilità statunitense, così come il disperato bisogno del presidente di mitigare l’impatto della sconfitta strategica subita per mano dell’Iran, uno degli Stati più isolati e sanzionati al mondo. Trump annuncia la pace imminente per calmare i mercati, illudendoli di una guerra breve. Poi minaccia nuovi attacchi per mascherare la sconfitta, nel tentativo di alimentare la narrazione secondo cui sarebbe Teheran a essere costretta a capitolare. Il regime iraniano sembra avere chiaro il gioco disperato di Trump, ma ciò non lo induce ad agevolargli la marcia indietro. L’Iran non è in vena di fare sconti; semmai, le frange più intransigenti tra le Guardie rivoluzionarie vorrebbero continuare ad alzare la posta in gioco. Sanno di aver vinto, ma non abbastanza da aver ristabilito una piena deterrenza. E in una guerra combattuta tanto militarmente quanto psicologicamente, non hanno intenzione di fingere per dare a Trump la vittoria che cerca. Forse questa volta Trump ha capito che il doppio gioco annuncio-di-pace/minaccia-di-guerranon funziona, e magari nel giro di giorni, forse ore, l’accordo verrà davvero firmato. Se così fosse, cosa significherebbe?
Come già scritto su queste pagine – anche perché la bozza del memorandum d’intesa è rimasta pressoché invariata da settimane – non si tratta di un buon accordo per gli Stati Uniti. La guerra cesserebbe su tutti i fronti – quindi non solo in Iran e nel Golfo, ma anche in Libano – e verrebbe gradualmente riaperto lo Stretto di Hormuz. Il controllo dello Stretto rimarrebbe in capo all’Iran, che, assieme all’Oman, ne gestirebbe il passaggio. Formalmente non verrebbe istituito un sistema di pedaggi, ma in pratica i Paesi litoranei potrebbero introdurre delle “tasse per servizi”, presumibilmente a garanzia della sicurezza e della salvaguardia ambientale dello Stretto.
In questa prima fase verrebbe scongelata una quota dei beni iraniani detenuti all’estero (principalmente in Qatar): si stima che il totale ammonti a circa cento miliardi di dollari, di cui 24 miliardi sarebbero scongelati nei primi trenta giorni, metà al momento della firma. Riassumendo, nella prima fase di trenta giorni l’Iran otterrebbe 24 miliardi di dollari, si assicurerebbe il controllo dello Stretto e acconsentirebbe alla riapertura di Hormuz, che peraltro era già aperto prima della guerra. Dichiarerebbe inoltre di non voler costruire armi atomiche, cosa che, del resto, ha sempre affermato di non voler fare.
Vi sarebbe poi una seconda fase, molto più ambiziosa, ma altrettanto fumosa. Si parla della sospensione delle sanzioni petrolifere sull’Iran, di un piano per la ricostruzione, di un accordo sul nucleare in cambio della totale sospensione delle sanzioni, e di discussioni sul programma missilistico e sul ruolo delle milizie filoiraniane. Un grande piano, senza dubbio, ma con minuscole possibilità di realizzazione – non diversamente dagli altri piani di Trump, a partire da quello su Gaza.
Ciò significa che il memorandum d’intesa sarebbe vulnerabile ai prevedibili tentativi di sabotaggio, soprattutto da parte di Israele, che spinge per il riavvio della guerra. Più che cercare di far transitare la diplomazia dalla prima alla seconda fase tramite un maxi-accordo, sarebbe quindi più saggio consolidare il memorandum negoziando, nei mesi a venire, diverse piccole intese sui molteplici aspetti della questione nucleare.
L’amministrazione Trump semplicemente non ha né la voglia né la pazienza né la competenza per raggiungere un vero maxi-accordo: basti pensare che il memorandum in questione è in fase di negoziazione da oltre due mesi, nonostante sia lungo appena una pagina e mezza. L’accordo sul nucleare iraniano del 2015, sabotato da Trump nel 2018, fu negoziato per dodici lunghi anni e contava ben 149 pagine, senza appendici.
Detto ciò, sarebbe tanto facile quanto pericoloso sparare a zero sull’imminente (o forse no?) memorandum d’intesa Usa-Iran, anticipandone il fallimento futuro. È più saggio tenere a mente che l’alternativa – il riavvio di una guerra che non ha reali possibilità di generare un esito diverso – sarebbe infinitamente peggiore.
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