Il venture capital italiano cresce e cambia profondamente. Nei primi nove mesi del 2026 gli investimenti nelle startup hanno raggiunto 1,465 miliardi di euro, contro gli 855 milioni dello stesso periodo del 2025, con un incremento del 71%. Ma diminuisce il numero delle operazioni: da 306 a 210, il 31% in meno. Si investe dunque di più, ma in un numero inferiore di aziende, privilegiando quelle che hanno già superato le prime fasi di sviluppo.
I dati vengono dall’Osservatorio trimestrale sul Venture Capital in Italia, realizzato da Growth Capital in collaborazione con Italian Tech Alliance, i cui risultati sono stati presentati oggi a Torino, durante Wave by Vento, nell’incontro dedicato allo stato degli investimenti europei e al ruolo dell’Italia.
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Più investimenti, meno operazioni
Il terzo trimestre dell’anno è stato molto positivo, con 641 milioni di euro investiti in 56 operazioni. Nel dettaglio, sono stati registrati due mega round, nove round Serie A, uno Serie B e tre Serie C+, oltre a dieci exit. Il finanziamento più importante è quello da 234 milioni di euro raccolto da Exein, azienda italiana specializzata nella sicurezza informatica dei dispositivi connessi. Nel trimestre sono stati inoltre annunciati quattro nuovi fondi di venture capital, che hanno raccolto complessivamente 128 milioni di euro.
La crescita degli investimenti si accompagna a un aumento delle dimensioni delle operazioni. Il round medio nei primi nove mesi del 2026 ha raggiunto i 7 milioni di euro, contro i 4,1 milioni del 2025, mentre quello mediano è passato da 1,1 a 2 milioni. Un segnale della maggiore capacità delle startup italiane di attrarre finanziamenti consistenti, ma anche della crescente concentrazione dei capitali.
A soffrire sono soprattutto le aziende nelle fasi iniziali. I finanziamenti Pre-seed e Seed, quelli destinati alle startup più giovani, sono diminuiti del 37% rispetto allo stesso periodo del 2025, passando da 183 a 116 operazioni. Al contrario, i round dalla Serie B in avanti sono raddoppiati, arrivando a 18 e raccogliendo da soli 648 milioni di euro, il 44% del capitale complessivamente investito. È un cambiamento importante per un ecosistema che negli anni passati ha spesso faticato a sostenere la crescita delle imprese oltre le prime fasi, ma che pone interrogativi sulle opportunità disponibili per le nuove iniziative imprenditoriali.
“In Europa il numero di round è in linea con il 2025, mentre il capitale investito in nove mesi è già comparabile a quello dell’intero anno scorso, spinto soprattutto dall’AI. Come avevamo previsto negli anni scorsi, il mercato italiano sta maturando: i round calano, ma l’ammontare raccolto sale a 1,465 miliardi, trainato da tre mega round per un controvalore pari a 442 milioni, e prevediamo che superi il 2025”, commenta Fabio Mondini de Focatiis, founding partner di Growth Capital.

Vince il software
A dominare gli investimenti è il settore software, che rappresenta un’operazione su quattro e ha raccolto 512 milioni di euro, pari al 35% del totale. Insieme a Life Sciences e Smart City, i tre settori rappresentano il 53% di tutte le operazioni. Per capitale investito, dopo il software seguono Life Sciences, con 246 milioni, Smart City, con 209 milioni, e FinTech, con 195 milioni. I primi quattro settori concentrano complessivamente il 79% dei capitali.
Tra le operazioni più importanti dell’anno, dopo Exein con il suo Serie D da 234 milioni, figurano un round riservato da 108 milioni di euro, Serie C, i 100 milioni raccolti da Rent2Cash con un Serie A, i 75 milioni di Newcleo, terza tranche del Serie A, e i 49 milioni raccolti da WeRoad con un Serie C.

L’Italia meglio del resto d’Europa
Il dato più significativo riguarda la traiettoria di lungo periodo. Secondo l’Osservatorio, dal 2020 gli investimenti nelle startup italiane sono aumentati di 3,2 volte, registrando la crescita più rapida in Europa, con un incremento pari a due volte e mezzo la media continentale. Il capitale raccolto nei primi nove mesi del 2026 ha già superato quello dell’intero 2024 ed è sulla traiettoria per superare anche il risultato del 2025.
Per Francesco Cerruti, direttore generale di Italian Tech Alliance, i numeri mostrano un ecosistema dell’innovazione ormai più maturo, capace di produrre storie di successo che possono attirare nuovi investitori. Ma resta un problema politico. “Proprio la mancanza di passi avanti di policy è stata il tallone d’Achille del 2026: sono molti i percorsi normativi aperti, sia a livello italiano sia europeo, che ancora non hanno prodotto risultati concreti, e ciò ha un impatto negativo sia direttamente sia in termini di affidabilità del Sistema Paese. Seppure l’inclinazione del piano dell’innovazione sia decisamente positiva, senza un reale impegno da parte delle istituzioni politiche continuerà a mancare una gamba fondamentale”. Il rischio è che la crescita del venture capital italiano non trovi un sostegno altrettanto solido nelle politiche pubbliche. E che, mentre aumentano i finanziamenti alle aziende già affermate, diventi sempre più difficile per una nuova generazione di startup trovare i capitali necessari per cominciare.

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