«Risolvere la questione di Taiwan e realizzare la completa riunificazione della madrepatria è il compito storico irremovibile del nostro Partito e l’aspirazione comune di tutti i figli della nazione cinese». Nel giorno del 105° anniversario della fondazione del Partito comunista cinese, Xi Jinping ha scelto di ribadire uno dei pilastri della propria agenda politica, promettendo di «colpire con decisione le forze separatiste dell’indipendenza di Taiwan, opporsi alle interferenze esterne e portare avanti con fermezza la grande causa della riunificazione nazionale».
Il passaggio su Taiwan è stato uno dei più osservati del lungo discorso pronunciato a Pechino durante la cerimonia per il compleanno del Partito. Non contiene annunci o cambiamenti di linea, ma riafferma con forza un obiettivo che Xi considera parte integrante del «rinnovamento della nazione cinese». Come da tradizione, la riunificazione non viene presentata come un dossier di politica estera, bensì come una missione storica del Partito comunista e uno dei traguardi necessari per completare la costruzione della Cina come grande potenza entro la metà del secolo.
In questo senso, Taiwan è solo uno dei tasselli di un discorso molto più ampio sul futuro del Partito e del Paese. Xi ha descritto i 105 anni del PCC come una storia di successi eccezionali, sostenendo che il Partito abbia «scritto l’epopea più grandiosa nella storia plurimillenaria della nazione cinese», trasformando un Paese «povero e debole» in una potenza moderna e creando «i due grandi miracoli dello sviluppo economico rapido e della stabilità sociale di lungo periodo«.
Ha inoltre affermato che «il grande rinnovamento della nazione cinese è ormai inarrestabile» (cioè una sorta di “sogno cinese” da completare entro il centenario della Repubblica Popolare, nel 2049) e che il socialismo con caratteristiche cinesi ha «creato una nuova forma di civiltà umana», offrendo ai Paesi in via di sviluppo un percorso alternativo verso la modernizzazione.
Il tono del discorso è stato marcatamente fiducioso. Xi ha presentato il Partito come un’organizzazione «dotata di qualità eccellenti incomparabili rispetto a qualsiasi altra forza politica» e ha difeso il marxismo come una teoria continuamente rinnovata attraverso il suo adattamento alla realtà cinese. Allo stesso tempo, però, ha avvertito i dirigenti contro il rischio di autocompiacimento: «I 105 anni di storia gloriosa del Partito sono motivo di orgoglio, ma non dobbiamo mai diventare arroganti o compiaciuti, né fermare il nostro cammino».
Guardando al futuro, Xi sembra suggerire che la competizione con gli Stati Uniti è destinata a proseguire, nonostante l’attuale fase di disgelo aperta dalla recente visita a Pechino di Donald Trump. Xi ha insistito sulla necessità di mantenere «la determinazione a non cambiare strada e a non cambiare volontà», rafforzando la leadership assoluta del Partito e la sua capacità di affrontare un contesto internazionale sempre più instabile. «Lo sviluppo della Cina si trova in una fase in cui opportunità strategiche e rischi convivono e aumentano i fattori imprevedibili. Dobbiamo essere pronti ad affrontare venti forti, onde alte e perfino tempeste», ha affermato, invitando i quadri a rafforzare il «pensiero del rischio» e la capacità di prevedere e gestire le crisi.
Accanto alla sicurezza nazionale, Xi ha individuato altre priorità strategiche: accelerare la modernizzazione delle forze armate, completare la trasformazione dell’Esercito popolare in una forza “di livello mondiale” e continuare la campagna di rafforzamento interno del Partito. Quest’ultimo punto occupa una parte significativa dell’intervento. «La governance rigorosa e completa del Partito è sempre in cammino», ha detto Xi, promettendo di continuare la lotta «dura, prolungata e complessiva» contro la corruzione e di rafforzare ulteriormente la disciplina interna. Si tratta della prosecuzione della vasta campagna di “rettificazione” che da oltre un decennio accompagna il consolidamento del suo potere e che, proprio nei giorni scorsi, ha mietuto nuove vittime tra i funzionari di Partito e nelle forze armate, proseguirà
Il discorso arriva in un momento particolare. Manca circa un anno al XXI Congresso del Partito comunista, dal quale dovrebbero emergere le nuove nomine ai vertici politici e militari. Eppure Xi non ha lanciato alcun segnale di una possibile successione. Al contrario, l’intero intervento rafforza l’idea di una leadership destinata a guidare personalmente la fase successiva del “rinnovamento nazionale”, insistendo sulla centralità del Partito e della sua guida unitaria.
Alla ricorrenza si accompagna anche la pubblicazione dei dati ufficiali sulla composizione del PCC, che fotografano un’organizzazione sempre più grande ma anche sempre più anziana. Alla fine del 2025 gli iscritti hanno raggiunto quota 101,3 milioni, con un aumento dell’1% rispetto all’anno precedente, il ritmo di crescita più contenuto degli ultimi cinque anni. Quasi il 30% dei membri ha ormai più di 61 anni, mentre gli under 35 rappresentano circa il 22% del totale, una quota in progressiva diminuzione rispetto a pochi anni fa. Parallelamente cresce la presenza femminile, salita al 31,5%, e quella delle minoranze etniche, pari al 7,8%, mentre circa sei iscritti su dieci possiedono almeno un titolo universitario.
I numeri raccontano un Partito che continua a espandersi, ma che riflette anche alcune delle trasformazioni della società cinese: l’invecchiamento demografico, l’aumento del livello di istruzione e una maggiore inclusione di donne e minoranze. Al tempo stesso, la crescita degli iscritti procede ormai con maggiore selettività, coerentemente con la strategia di Xi di privilegiare la qualità del reclutamento rispetto alla semplice espansione numerica. E, tra le principali qualità, c’è anche la lealtà nei confronti del leader.
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