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Zverev, dalla lotta al diabete al numero 1 al mondo

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Ce l’ha fatta Zverev. Da oggi ha la certezza di chiudere l’anno da numero 1 del mondo. A spalancargli le porte sono stati proprio i due big, i suoi rivali. Perché Alcaraz ha perso al terzo turno al Masters 1000 di Shanghai, una scivolata inattesa che ha messo a fuoco quanto siano tesi i nervi dello spagnolo. Che a fine match si è sfogato: “Con queste palline non si può giocare”. Il suo ko, unito al ritiro dalla scena di Jannik Sinner, ha preparato la passerella al tedesco. Che, a 29 anni, sale in cima all’universo della racchetta. Bravo “Sascha”. Ce l’ha fatta. Non si è mai arreso anche se spesso le lezioni subite da Jannik l’hanno amareggiato e disorientato.
Ma oggi è il tempo della riscossa. E ieri sono anche arrivati i complimenti di Boris Becker. Una giornata speciale che arriva dopo il trionfo al Roland Garros e allo US Open. Per anni Alexander Zverev ha giocato con una domanda in mente che l’ha tormentato: “quando arriverà il mio momento?”. Il talento lo ha portato presto tra i grandi; trasformare quella promessa in un primato è stato un viaggio molto più lungo. Ha lottato spesso contro se stesso e contro i suoi problemi di diabete. “Ogni volta che scendo in campo gioco due partite. E la seconda è invisibile”, ha raccontato il nuovo numero 1 del mondo che, fin da bambino, convive con la patologia che lo costringe a continue iniezioni di insulina anche in campo.
E proprio dopo aver alzato il trofeo agli Us Open ha raccontato il suo rapporto con la malattia e la lotta vinta grazie all’aiuto fondamentale della madre. A cui ha dedicato il trionfo a New York. “Quando a tuo figlio di 4 anni viene diagnosticato il diabete e i medici ti dicono che la vita e lo sport saranno molto, molto limitati per quel bambino, ci vuole una madre molto, molto forte per uscire da quegli ambulatori e dire: “Mio figlio sarà chiunque voglia essere. Se vuole fare il tennista, farà il tennista””. Non ha accettato di essere definito dalla malattia, Zverev. “Tutti possiamo diventare ciò che vogliamo essere”.
Ora il primato cambia anche la prospettiva sul suo tennis. Il servizio e il rovescio, armi attorno alle quali ha costruito la sua identità, diventano gli strumenti con cui difendere una posizione finalmente conquistata. Da qui in avanti sarà lui il riferimento, l’avversario contro cui misurare ambizioni e progressi.


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