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Zverev, un nuovo re dopo Sinner

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L’occasione fa l’uomo leader. E Alexander Sascha Zverev prima di prendersela se l’è meritata tutta. Anno 2026, nel regno dei Sincaraz il terzo incomodo conquista lo scettro al tramonto della stagione e lo fa con pieno, pienissimo merito. Il tedesco batte Griekspoor a Vienna e diventa il nuovo numero 1 del mondo: scavalca Sinner, re per 29 settimane filate, ed è il secondo tedesco nell’era open a guardare tutti dall’alto. Il primo, manco a dirlo, fu Boris Becker nel 1991 e ci sono voluti 25 anni per sentire ancora boom boom. Zverev fa anche cifra tonda, è il trentesimo numero uno targato Atp, pantheon di fenomeni e gallery di campioni inaugurata nel 1973 da Ilie Nastase.

Ci ha messo quattordici anni Zverev per attraversare il deserto: a novembre 2012 il battesimo tra i professionisti, Bradenton (Florida), primo torneo e prima finale. Ha 15 anni il tedesco e quella domenica prende schiaffoni, 6-0 6-1, dal francese Reynet, uno che al massimo sarebbe arrivato 273 del ranking.

Preistoria, ma qui invece siamo nel presente. La realizzazione di un ragazzo che non sempre ha preso la strada giusta fuori dal campo (una denuncia per violenza da parte dell’allora fidanzata archiviata dopo un accordo extragiudiziale tra le parti), ma che sulla linea di fondo, il suo habitat naturale, ha remato e tremato prima di trovare il passo giusto. Non facile per uno senza la testa di Sinner e il talento di Alcaraz, giusto per restare nei confini dell’oggi. Vince le Atp Finals nel 2018, ma è una stella filante. Lascia a Thiem lo US Open 2020 (avanti due set a zero, viene rimontato e serve per il match al quinto: perderà 8-6 al tie break) e si sconfina nella psicoanalisi. Nel 2021 è campione olimpico e firma le prime Finals targate Torino.

Ma è un rollecoaster la sua carriera e a ogni discesa costa sempre più fatica risalire. “Forse per la prima volta nella mia vita avrò bisogno di andare in terapia -ammette nel 2025 -. Ho vissuto molte difficoltà. Con i media e nella vita in generale. Mi sento molto solo nella mia vita, mai stato così vuoto. Non provo più gioia”. Il ragazzo non ha le spalle strette, ma gli tocca irrobustirle. Passa attraverso una frattura della caviglia in campo (Parigi 2022, sette mesi fermo) e nell’ammissione della malattia: dall’età di 4 anni soffre di diabete, ne parla per darsi e dare forza. Anche davanti a tutti: un’iniezione di insulina nei cambi di campo è il suo coming out. L’ha fatto anche a Parigi la scorsa estate, il turning point della carriera: batte Cobolli in finale e centra il primo Slam. “Quattro anni fa, in un angolo di questo campo, avevo sette legamenti rotti e due ossa fratturate. Due anni fa ho perso qui una finale. Ma ora, finalmente, c’è un lieto fine.

Ora, qualunque cosa succeda, sarò sempre un campione Slam. Nessuno potrà portarmelo via”. A Wimbledon si arrende solo a Sinner, a New York raddoppia la collezione, Flushing Meadow è il suo Guggenheim. Il servizio è l’apriscatole (207 km/h, la media del circuito è 186), il rovescio l’assicurazione, il diritto la sua pena. Della rete non è amico e così la frequenta solo se è sicuro di non rimanerci impigliato, ma pure qui fa progressi (a New York ha conquistato 24 punti su 29 discese). La testa era la casa dei fantasmi e Alexander Sascha Zverev, 29 anni da Amburgo, forse non li ha scacciati, ma di certo se li è fatti amici.

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