La missione Project Freedom è abortita dopo due giorni. L’improvviso sviluppo nei negoziati tra Stati Uniti e l’Iran l’ha resa di fatto inutile, perché ora si tratta di riaprire Hormuz con la diplomazia e non con la forza. Sui media del Golfo però il quadro è diverso. Ed emergono almeno tre elementi che convergono in direzione opposta. E che cioè Washington sia stata costretta alla marcia indietro. Il primo elemento è il rifiuto da parte dell’Arabia Saudita di concedere l’uso delle sue basi. La notizia, fatta circolare da fonti locali, è stata poi confermata da media statunitensi come l’Nbc.
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Il secondo elemento è legato al primo, vale a dire lo scontro sempre più aperto tra Arabia Saudita ed Emirati. Gli analisti locali continuano a lanciarsi accuse incrociate. Gli emiratini alludono a un raid saudita, fatto sotto copertura iraniana, sul porto e la raffineria di Fujeirah. I sauditi replicano che gli attacchi alle loro infrastrutture energetiche nelle prime settimane erano in realtà “false flag”, attribuite agli iraniani ma condotte dagli emiratini.

La frattura fra Riad e Abu Dhabi è diventata un fossato. E questo limita i margini di manovra statunitensi. L’Arabia Saudita è un gigante di due milioni di kmq e 35 milioni di abitanti. Gli Emirati sono sette città Stato, con una popolazione autoctona di appena 800 mila persone, affacciati su un Golfo dove droni, missili e barchini iraniani la fanno da padrone. L’incapacità da parte del Pentagono di piegare i Pasdaran ha già impresso uno smottamento geopolitico. Come nota l’analista di origini persiane Trita Parsi “le ripercussioni saranno molto più durature rispetto all’invasione dell’Iraq” del 2003. Questo perché nella Seconda guerra nel Golfo “gli Usa avevano vinto a livello militare, in tre settimane” anche se poi avevano perso a livello politico. Nella Terza, l’attuale, non hanno neppure ottenuto una vittoria militare, anzi “l’Iran ha imposto agli Usa una disfatta strategica attraverso l’uso della tecnologia e della geografia”.
l’analisi
La superiorità militare non basta più. E per la fretta Trump rischia lo stallo
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La guerra, certo, non è finita. Ma Donald Trump non è in grado di ricominciare subito. E siamo al terzo elemento. Come ha rivelato uno dei decani tra i corrispondenti dalla regione, Georges Malbrunot, gli Stati Uniti hanno fatto sapere agli alleati che non avevano “munizioni per nuovi attacchi sull’Iran, e avevano bisogno di tempo” per ricostituire le scorte. Senza bombe, e senza la profondità strategica garantita dai sauditi, la resa dei conti non è semplicemente possibile.
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