Vincere, la rischiosa condanna di Jannik

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Forse siamo tutti quella bimba che aspetta di essere presa per mano da Jannik Sinner all’uscita dal tunnel che porta sul Centrale del Foro Italico, castello inviolabile per un italiano da cinquanta anni. Guardatela se vi capita, batte le mani e sa di essere a un passo da un evento per lei eccezionale. E lo fa prima che cominci l’atteso sequel contro Medvedev. Ecco, è quello che dovremmo fare anche noi e prima di sapere se (molto probabile) Sinner batterà o no Casper Ruud, il suo avversario di oggi, pedalatore della terra rossa senza particolari guizzi se non una spiccata intelligenza tattica.

Dovremmo farlo perché stiamo spompando e spolpando questo regalo calato a valle dalle Dolomiti, perché non lo lasciamo più sbagliare e non permettiamo che si metta nella sacca la naturale dotazioni di errori. Vero, è il destino del numero uno. Se poi lo diventi in una maniera così stordente e razziante, capita che non ci siano più vie di uscita oltre alla vittoria.

Quelli prima di lui erano uni e trini, condividevano la gloria e il suo peso, se la palleggiavano con tutta la leggerezza del loro saper essere. Del loro saper stare. Poi Sinner e Alcaraz hanno reso il tennis un sistema binario e ora che Carlos è fermo ai box, a Jannik chiediamo di sollevare il mondo da solo. E lui ci riesce. Ma a un prezzo che adesso rischia di pagare. Non tanto oggi, Roma lo aspetta per completare la successione all’Imperatore Adriano, ma anche i numeri uno hanno un punto di rottura.
Quindici minuti è durata la prosecuzione della sfida a Medvedev, un tempo supplementare che l’ha portato dritto in finale senza faticare troppo, ma il film di venerdì sera non può essere archiviato come un accidente. Lui, Sinner, non aiuta trincerandosi dietro sibilline risposte ai confini del nonsense, ma la privacy è sacra e non possiamo fare altro che rispettarla. Solo che noi, mai sazi, vorremmo tutto e ci dimentichiamo ogni volta di quello che abbiamo già avuto da Jannik. Servisse, ricordiamocelo al primo quindici perso oggi. Perché persino ai numeri uno succede.


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