Vicino a me, ai giardinetti, seduto su una panchina qualunque, un giovane padre spinge il passeggino avanti e indietro con quel movimento automatico, quasi ipnotico, che ogni genitore conosce, mentre con l’altra mano tiene aperto un libro. Eppure, nessun vagito, nessuna manina o piedino che sbuca, nessun respiro. L’uomo prende il biberon e lo offre al bebè con la naturalezza di un padre premuroso. Poi capisco, e insieme alla comprensione mi sento a disagio. Dentro il passeggino c’era un “reborn”.
La cosa più destabilizzante, però, era un’altra: quell’uomo non aveva nulla di strano. Nessuna eccentricità, nessun dettaglio inquietante. Un uomo normalissimo, uno come tanti, ai giardinetti come tanti genitori con i loro bebé.
I reborn – dall’inglese “rinato” – sono bambole iperrealistiche nate negli Stati Uniti negli anni Novanta e diventate oggi un fenomeno globale. Hanno la pelle arrossata dei neonati, vene sottili sulle palpebre, ciglia impiantate a mano, peso calibrato al grammo. Alcuni profumano di talco. Altri simulano il respiro, il battito cardiaco, persino il pianto. Sembrano veri in modo quasi eccessivo.
Ogni pezzo richiede settimane di lavoro artigianale: il vinile viene dipinto strato dopo strato per imitare la trasparenza della pelle umana, mentre i capelli vengono inseriti uno ad uno con aghi sottilissimi. I prezzi possono andare da qualche centinaio a diverse migliaia di euro.
Ma il punto non è soltanto il realismo. È il legame che molte persone sviluppano con questi bambolotti. Su TikTok e Instagram migliaia di utenti condividono la loro quotidianità con i reborn: cambiano pannolini, preparano biberon, scelgono vestitini, li portano al parco o nei centri commerciali. Alcuni video raccolgono milioni di visualizzazioni. Dietro quello che potrebbe sembrare soltanto un hobby eccentrico, però, spesso c’è altro.
Per qualcuno i reborn sono un antidoto alla solitudine. Per altri diventano un modo per attraversare un lutto, la perdita di un figlio o l’impossibilità di averne. In alcune case di riposo vengono utilizzati anche con pazienti affetti da demenza o Alzheimer: tenere in braccio una bambola può ridurre agitazione e ansia, riattivando memorie emotive profonde.
Gli psicoterapeuti invitano a evitare giudizi semplicistici. Non tutto ciò che appare insolito è necessariamente patologico. Molto dipende dalla funzione che quell’oggetto assume nella vita della persona. Se aiuta temporaneamente ad attraversare un dolore, può avere un valore terapeutico. Se invece sostituisce completamente le relazioni quotidiane, allora il discorso cambia.
Ed è forse qui che il fenomeno dei reborn smette di essere una semplice curiosità da social network e racconta qualcosa di più profondo. Jung sosteneva che proiettiamo sugli oggetti immagini archetipiche dell’inconscio collettivo. E il bambino è uno degli archetipi più potenti: fragilità, rinascita, possibilità futura.
Non sorprende allora che molte proprietarie parlino dei loro reborn come di “presenze”. Non cercano davvero l’inganno — sanno perfettamente che si tratta di bambole — ma uno spazio intermedio, sospeso tra immaginazione e realtà. Winnicott lo avrebbe chiamato “spazio transizionale”: quel luogo psichico in cui gli oggetti aiutano ad attraversare nostalgia, desiderio e dolore. I reborn quindi sono l’“oggetto transizionale” di quell’area intermedia tra realtà esterna e mondo interno, tipica del gioco, dell’immaginazione e dell’attaccamento emotivo.
Il dibattito resta aperto. C’è chi vede nei reborn una sofisticata forma artistica e chi invece il simbolo di una società sempre più sola, incapace di reggere il vuoto affettivo. Online non mancano ironie e polemiche, soprattutto quando alcuni proprietari trattano queste bambole come figli veri.
Eppure il fenomeno continua a crescere. In Europa aumentano le fiere specializzate, gli atelier artigianali e le comunità online dedicate. Anche in Italia il mercato è in piena espansione, trainato dai social e da una domanda sempre più ampia.
Forse perché, in fondo, queste bambole iperrealistiche raccontano qualcosa di molto contemporaneo: il bisogno di contatto, cura e presenza in un’epoca in cui siamo sempre connessi e spesso terribilmente soli.
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