Se i giovani pagano i nostri debiti

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«Il mondo salvato dai ragazzini» è un bellissimo slogan. Può rappresentare l’auspicio degli adulti, ormai disillusi e resi impotenti di fronte allo sbriciolamento di valori, sicurezze e consuetudini, oppure suonare come un “avvertimento”: faranno loro ciò che noi non siamo stati capaci di fare, ovvero difendere e diffondere quei valori fondamentali, a cominciare dalla pace, come ricorda quotidianamente il Pontefice.

Lo faranno, tuttavia, a modo loro: senza imbarazzi e senza troppi debiti di riconoscenza, giacché i veri debiti sono quelli che noi stiamo lasciando in eredità a loro. Innanzitutto, il debito demografico, con un tasso di fecondità drammaticamente al di sotto del livello di sostituzione (1,1 figli per donna in età fertile, contro il necessario 2,1). Poi il debito ambientale, acuito dai conflitti e dalla crisi energetica, che spingono troppo frettolosamente ad abbandonare l’agenda verde, pensata proprio per le nuove generazioni. E il debito finanziario: senza curarci della distinzione tra debito “buono” e “cattivo”, lo abbiamo accumulato fino a collocare l’Italia ai vertici della graduatoria europea per rapporto tra debito e PIL, ignorando le risorse che esso divora e che avrebbero dovuto, invece, essere investite per investire nel lavoro e nella sua produttività.

E infine, il debito educativo. Abbiamo rimosso troppo in fretta l’impatto del lockdown sull’apprendimento, impatto peraltro impietosamente certificato dai dati Invalsi e OCSE-PISA.I nostri ragazzi, in particolare nella scuola secondaria di primo e secondo grado, hanno pagato un prezzo altissimo alla pandemia. La didattica a distanza (quando pure i dispositivi informatici erano disponibili) ha mostrato i suoi limiti: professori non sempre preparati o disposti a uno sforzo supplementare per “raggiungere” gli studenti oltre lo schermo, un atteggiamento talvolta mascherato da quel “buonismo” di chi chiude un occhio sui risultati sapendo di non aver fatto abbastanza.

La domanda ineludibile è: questa mole di oneri che abbiamo riversato sulle loro spalle non rischia, forse, di prosciugare l’energia necessaria per “salvare il mondo”? Quanto tempo ci resta per invertire la rotta rispetto alla scelta già compiuta dai loro fratelli e sorelle maggiori, che hanno deciso di andarsene dall’Italia? E come possiamo evitare che chi resta lo faccia prevalentemente per impossibilità, trattenuto da vincoli familiari o finanziari, rassegnandosi a una permanenza dettata solo dal dovere o dalla necessità?Dobbiamo spezzare il circolo vizioso che spinge i giovani italiani a emigrare in massa (poco meno di 700 mila negli ultimi dieci anni, secondo i dati CNEL).

Altrettanto preoccupante è però la condizione di coloro che, restando per necessità, “scelgono” di isolarsi, rinunciando sia allo studio sia alla ricerca di un’occupazione (i cosiddetti NEET, oggi fortunatamente in lieve calo ma pur sempre intorno a quota un milione e mezzo). O dei giovani troppo spesso abbandonati alla violenza per la nostra incapacità di trasmettere loro i valori della convivenza pacifica e inclusiva, il rispetto degli altri. Viviamo in un clima sospeso tra il senso di spaesamento di chi parte per mancanza di prospettive e la profonda frustrazione di chi vorrebbe farlo ma si sente incatenato. Come far rientrare i primi e integrare efficacemente i secondi nel tessuto sociale e produttivo? Senza un’inversione di tendenza, come potremo impedire che i giovanissimi di oggi si sentano inesorabilmente spinti a seguire le orme di chi li ha preceduti?Restare, partire, tornare: sono questi i dilemmi che attanagliano le nuove generazioni. Non a caso, è anche il titolo di un incontro a cui ho partecipato un paio di settimane fa, organizzato da associazioni di studenti e lavoratori italiani nel Nord Europa (Copenaghen e Stoccolma).

Dialogare con questi giovani permette di coglierne la bravura, l’entusiasmo e l’impegno, ma anche il retrogusto amaro del rammarico per aver dovuto lasciare il proprio Paese. Partire di per sé non è un male. All’estero ci si arricchisce di conoscenze, competenze e opportunità; si lavora e si percepiscono retribuzioni mediamente superiori di almeno un terzo rispetto a quelle italiane.

Ma, soprattutto, si matura un’idea meno incerta del proprio percorso professionale e, di conseguenza, del proprio progetto di vita. Sono proprio queste le prospettive che mancano in Italia, dove l’atteggiamento prevalente da parte di chi offre lavoro sembra ancora essere: «Per ora ringrazia per quello che ti do, al futuro penseremo poi». Si perpetua così una condizione di precarietà cronica che non consente di mettere a frutto il capitale umano acquisito e finisce per mortificare anche le migliori ambizioni. Restare, d’altro canto, diventa un problema serio se vissuto come una costrizione.

E tornare? Come favorire il rientro di chi è emigrato senza imporre loro un “dazio” altissimo in termini di rinunce attuali e future? Le agevolazioni fiscali per il cosiddetto “rientro dei cervelli” si sono rivelate solo parzialmente efficaci e, per di più, pongono seri problemi di equità orizzontale nei confronti dei coetanei che non sono partiti, magari non per scelta ma per mancanza di mezzi o per gravosi carichi familiari.In un’ottica di reale integrazione europea, il problema non risiede tanto nella partenza dei giovani italiani, quanto nella drammatica assenza di un flusso equivalente di giovani europei qualificati che scelgono l’Italia per lavorare. E qui si torna al nodo strutturale di sempre: di fronte a questa continua emorragia giovanile, l’Italia rischia il declino, ed è illusorio pensare che i ragazzini di oggi, da soli, possano salvarla.

È molto più probabile che anch’essi scelgano, prima o poi, di andarsene, accelerando la caduta. È imperativo prenderne coscienza e agire, prima che sia troppo tardi e che anche i ragazzini pieni di entusiasmo che abbiamo visto affollare il Salone del Libro decidano, infine, di gettare la spugna. Ci vuole un piano, però, non nuovi bonus.

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