Per 7 italiani su 10 Trump fa danni: “È una figura politica divisiva”

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Un italiano su due (49,0%) giudica la visita di Donald Trump in Cina non solo inefficace sul piano della distensione internazionale, ma anche incapace di incidere sui due nervi scoperti dell’economia globale contemporanea come il Medio Oriente e la sicurezza delle rotte commerciali. Questo è quanto emerge da un sondaggio realizzato da Only Numbers per la trasmissione “Porta a Porta”. È una convinzione che cresce con l’età delle persone e da Nord verso Sud, come spesso accade quando l’esperienza storica rende meno inclini alle narrazioni salvifiche della geopolitica.

Al contrario, tra gli elettori del centrodestra prevale un atteggiamento favorevole verso la missione diplomatica di Trump: circa 1 elettore su 2 (48,9%), considera infatti il viaggio in Cina un’iniziativa utile e positiva sul piano internazionale. Tuttavia, il dato che emerge con maggiore forza è la percezione, da parte dei cittadini, di una politica internazionale sempre più dominata da interessi economici e rapporti di forza, e sempre meno fondata su alleanze valoriali e strategie condivise con l’Europa.

In questo quadro di crescente scetticismo verso una diplomazia percepita come guidata più dagli interessi che da una reale visione strategica, il giudizio negativo sull’azione internazionale di Donald Trump tende inevitabilmente ad ampliarsi.

Il presidente made in Usa continua a rappresentare una figura politica profondamente divisiva. In questa fase emerge un elemento nuovo: italiani e americani sembrano convergere in un giudizio fortemente critico sulla sua azione internazionale. Nel nostro Paese il 77,0% dei cittadini esprime una valutazione negativa nei suoi confronti; negli Stati Uniti, secondo i dati diffusi ultimamente dalla Cnn, il 65,0% degli americani manifesta disapprovazione per il suo operato, segnando uno dei livelli di consenso più bassi registrati sul fronte della politica estera.

Un elemento particolarmente significativo è che su questo giudizio non emerge una vera frattura politica nel Paese, anche se con intensità differenti, perché tra gli elettori del centrodestra il giudizio negativo, pur prevalente, si ferma al 61,4%, mentre tra quelli del centrosinistra raggiunge il 91,7%, evidenziando una critica quasi unanime.

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Lo scetticismo verso Trump e verso il significato strategico del viaggio in Cina attraversa, infatti, quasi tutti gli orientamenti elettorali, pur risultando più marcato tra gli elettori delle opposizioni rispetto a quelli dell’area di maggioranza. Questo è un passaggio politicamente significativo, perché per anni il trumpismo è stato interpretato come una manifestazione esclusivamente americana, quasi incomprensibile agli europei, e, a tratti, anche invidiata ed emulata. Oggi, invece, l’opinione pubblica occidentale sembra cogliere con maggiore lucidità i limiti di una diplomazia fondata sulla bilateralità aggressiva e sulla logica della convenienza immediata. Il cuore della questione non è però Trump in sé… È il mondo che sta tornando a costruirsi attorno a due grandi poli come Stati Uniti e Cina, fino ad oggi registrati agli antipodi.

In questo scenario l’Europa appare sempre più marginale. Ed è qui che i dati del sondaggio assumono un peso politico rilevante: poco più della metà degli italiani (52,0%) teme che un’intesa tra Washington e Pechino possa indebolire ulteriormente il ruolo europeo. Non si tratta soltanto di una preoccupazione economica, è qualcosa di più profondo: la sensazione che il Vecchio Continente, dopo decenni di centralità politica e culturale – studiata anche sui libri di storia –, non sieda più davvero al tavolo dove si decidono gli equilibri globali.

Negli ultimi anni – infatti – l’Europa ha mostrato una doppia fragilità che ha segnato da una parte la dipendenza strategica dagli Stati Uniti sul piano della sicurezza, mentre dall’altra la dipendenza industriale e commerciale dalla Cina. Una condizione che evidenzia una posizione sempre più scomoda e difficilmente sostenibile nel lungo periodo. Se Washington e Pechino dovessero trovare un nuovo equilibrio competitivo, magari duro e complesso, ma stabile, l’Europa rischierebbe di diventare il terreno sul quale si potrebbero scaricare le conseguenze delle decisioni altrui, senza avere la forza politica per orientarle.

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Per decenni l’Occidente ha legato la propria credibilità internazionale alla capacità di garantire sicurezza marittima, stabilità energetica e libertà commerciale. Oggi, invece, assistiamo a un paradosso in cui il commercio globale resta interdipendente, mentre la politica internazionale appare sempre più frammentata. Donald Trump interpreta perfettamente questa contraddizione.

Parla il linguaggio della forza nazionale in un mondo che, però, continua ad avere bisogno di cooperazione multilaterale. Ed è forse proprio per questo che una parte crescente dell’opinione pubblica italiana legge l’incontro tra il leader americano e quello cinese non come uno strumento di pace, ma come una negoziazione tra potenze interessate soprattutto ai reciproci vantaggi economici.

Il dato secondo cui molti italiani vedono nell’asse Usa-Cina un possibile accordo a scapito dell’Europa (46,6%) è forse il più politico di tutti, perché rivela – una volta di più – una perdita di fiducia nella capacità europea di difendere i propri interessi strategici. Il vero problema, infatti, non è che Trump dialoghi con la Cina, il problema è che l’Europa teme di non contare abbastanza per poter influenzare quell’esito. Questo sentimento attraversa soprattutto le generazioni più avanti negli anni, quelle che hanno vissuto – o sentono ancora vicino – il ruolo centrale dell’Europa nel dopoguerra, il sogno dell’integrazione comunitaria e l’illusione di un ordine globale stabile dopo la Guerra Fredda.

Oggi quello scenario appare incrinato. “The Donald” resta fedele al proprio metodo: rompere gli schemi, forzare le alleanze tradizionali, trasformare la politica estera in una negoziazione permanente. Tuttavia, il mondo non guarda più a queste mosse con stupore, le guarda, piuttosto, con crescente diffidenza, perché dietro ogni stretta di mano tra grandi potenze molti cittadini europei oggi intravedono una domanda sempre più inquietante: chi difenderà gli interessi dell’Europa quando l’Europa smetterà di essere una potenza politica? Ed è forse questo il vero vento contrario che oggi Trump incontra: non soltanto l’opposizione ideologica, ma la percezione diffusa che la politica internazionale stia tornando a essere una partita giocata sopra la testa dei cittadini e dei continenti che si scoprono, giorno dopo giorno, sempre più fragili ed esposti.

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