Vasco al massimo, il suo tour estivo parte da Rimini

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Vite parallele. Se Francesco De Gregori continua nell’esplorazione delle sue canzoni meno ascoltate e rielabora il proprio pensiero su musica e politica, ecco che Vasco Rossi in una beffarda capriola all’indietro e senza revisionismi si tuffa in un passato remoto che sa di leggenda per tante storie di vita e pensieri mai tramontati, raccontati infatti con divertito sapore contemporaneo.

Non per niente è il Vate di Zocca, lui, e quasi a ricordarci quanto la storia si possa ripetere, spara nella prima parte del concerto di questo tour (partito dallo stadio di Rimini, per 60 mila persone in tutto), una fila di canzoni imperdibili che risalgono agli’80 e prima: da Fegato fegato spappolato con il primo rap ante litteram (e la provocazione: «se il potere dà assuefazione, tutti quelli del governo sono drogati») alla surreale, freschissima Alibi fino a quella comunemente chiamata Non siamo mica gli americani (che loro possono sparare agli indiani, vacca. .. gli indiani) del 1979: si poteva essere più preveggenti?

Finirà forse che questo revival carico di ironia e sottintesi possa trovare un posto in mezzo alle hit anche nei tour successivi, compreso quel mega raduno da 500 mila persone per i 50 anni di carriera di cui si favoleggia per il 2027.

Ora l’inizio è affidato alla canzone con cui debuttò a Sanremo nell’82, Vado al massimo che erompe fra grida di entusiasmo per il valore sempiterno che assume: ma potrebbe anche essere lo slogan che si prospetta agli stupefatti fan alla visione di questo palco immenso, tridimensionale, diverso da quanto visto finora. È una forma grigia che all’interno sopita la band, quasi un’orchestra di 11elementi dalle chitarre al bombardino e altri mirabili fiati che coprono il punk come il funk, la cultura bandistica come il rock più scatenato. Un impeccabile juke box dal vivo, quello che si celebra su questo palco che non conosce paura.

Il pubblico resta soprattutto paralizzato dalla qualità dei numerosi schermi che si muovono e saltano da una parte all’altra del fronte del palco, come un album di filmati dal vivo: Vasco in primo piano, con il suoi occhioni roteanti, a volte espressioni buffe; i giacconi di tutti i colori, la voce chiara, ferma, inappuntabile. Francamente, mai visto così in forma.

Se ci si pensa, trovare uno come lui che a 74 anni abbia il piacere di ribaltare schemi consolidati cambiando tecnologia, stili, scalette, è davvero quasi impossibile. Solo Bruce Springsteen, che ha tre anni più di lui, riesce a reggere il palco con questo spirito (più politico che giocoso in realtà, per lui). Diceva ieri Vasco, nell’attesa del concerto: «Voglio provocare i bigotti, che sono aumentati. I concerti sono una forma attiva di resistenza, contro l’odio la paura e la violenza. Già lo diceva Spinoza: il potere si fonda sulla sottomissione dei sudditi e trova la sua forza principale nel mantenere le persone nell’ignoranza, nella paura e nella tristezza». Dunque balliamo che è meglio.

Quest’anno si impagina lo spettacolo con la sua sfolgorante tecnologia dentro i principi della fisica quantistica, che Vasco ha studiato con accanimento. Il palco viene visto come un vivace acceleratore di particelle, generato dall’impatto fra l’artista, le canzoni e il pubblico.

In molti non ci capiremo un granché, ma è anche un modo per sfuggire alla liturgia degli spettacoli, aprendosi al presente e al futuro. Tutto questo viene tenuto in piedi da una cricca che regge e legge furiosamente, e dal più anziano ai ragazzi che lavorano nella struttura, la parola d’ordine è un po’ d’aria nuova ma con una precisazione: «Qui si sperimenta, ma di Intelligenza Artificiale non c’è nemmeno l’ombra».

Poiché poi la liturgia è l’essenza stessa di un concerto, con la sua scaletta, ecco i nuovi arrangiamenti che qui in casa Rossi questa volta si sprecano, la vitalità e le novità che galvanizzano i musicisti. Affascinati dalla riscrittura del vecchio repertorio, nella seconda parte si ricomincia a cantare tutti quanti con Siamo soli seguito da una triade guerresca: appunto non siamo mica gli americani , una rovente Gli spari sopra «dedicata a tutti i farabutti che corrono nel mondo» e la tosta C’è chi dice no. È poi la volta della parentesi erotica: Stupendo, Rewind con le tette al vento che si moltiplicano sotto palco e Vasco felice come un bimbo e infine la discesa dell’eccitazione con Un mondo migliore, sempre una gran canzone.

Nel gran finale, con i titoli che difficilmente mancano, svetta in Siamo solo noi lo special guest e testimonial Gallo, storico collaboratore di Vasco («Il Gallo è risorto») impaginato dentro un televisore bianco e nero con la star. E poi i titoli da coro, Sally e Vita spericolata sfiziosa per piano e voce, la rarissima Canzone e Albachiara campionessa dei finali .

Ma intanto la questione della differenza di vedute fra Vasco e De Gregori su «che titoli ha un cantante di influenzarmi con le sue scelte? Casomai, preferirei un filosofo» aveva detto l’autore di Generale: canzone che Vasco cantò, facendone un successo proprio, nel’95 in apertura a San Siro di Rock sotto l’assedio. Leggendo dell’attuale pensiero dell’amico e collega, che cosa ha pensato Vasco? «Sono abituato alle opinioni di De Gregori, alcune molto personali e certo rispettabilissime. Non è che dica cose sbagliate, forse è un modo di vedere un po’ provocatorio. Non mi sono meravigliato perché è fatto così, è un poeta e non un politico, non cerca consenso. Ne abbiamo già abbastanza di Salvini».

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