Nessuna spia straniera riuscirebbe a provocare un danno così vitale alla sicurezza nazionale quanto quello che si verificherebbe se Defence Tech cadesse in mani sbagliate, sfruttando una banale operazione finanziaria. Fondi, passaggi di capitale, investimenti che nascondono un solo obiettivo: ottenere il controllo di tutte le banche dati dell’intelligence e militari e di quelle pubbliche delle amministrazioni italiane.
Ecco lo scenario che si vuole scongiurare. Ed è per questo che Palazzo Chigi, proprio in questi giorni, sta portando avanti delle interlocuzioni, anche con il ministero dell’Economia e delle Finanze, per nazionalizzare la società e creare un polo nazionale di cybersecurity, così da mettere la Spa al riparo da ogni logica speculativa. Interna ed estera.
Com’è iniziato tutto
Per comprendere questa storia, in cui si intrecciano interessi economici e di potere, bisogna partire dal profilo di Defence Tech, «strategica – come la definisce nero su bianco un decreto della presidenza del Consiglio dei ministri – per la difesa e la sicurezza nazionale». Un «gioiello tecnologico italiano», dicono gli esperti del settore, che gestisce le piattaforme di dati dei servizi segreti, sistemi cripto, programmi spaziali e per la difesa. Non solo.
È anche centro di valutazione nazionale per tutti i programmi classificati Ceva, ad esempio i sistemi di comunicazione e di intelligence. L’87% dell’attività sono sensibili e confidenziali. Va da sé che possedere Defence Tech significa maneggiare i segreti del Paese. Sino a dicembre scorso era una controllata di Tnexta, gruppo industriale italiano specializzato nella trasformazione digitale, nella cybersecurity e nell’innovazione aziendale.
Fondato da Enrico Salza, è nato da Tecno Holding, una struttura controllata dal sistema delle Camere di Commercio italiane e da Unioncamere. Proprio per le sue caratteristiche, quindi, Defence Tech, che sino al 15 aprile si è chiamata Tinexta Defence, suscita l’interesse di molti. I primi, nel 2017, sono stati i francesi che hanno cercato di acquisire l’azienda chiave nel settore dell’elettronica, del software e dei sistemi di sicurezza.
Dal governo Gerntiloni alla scalata
Ed era stato l’allora premier Paolo Gentiloni, insieme al ministro dell’Interno dell’epoca Marco Minniti, a mettere il veto applicando il Golden power, strumento normativo che consente al governo di intervenire su operazioni societarie, acquisizioni e cambi di proprietà legati ad aziende considerate di interesse nazionale. Un passo ulteriore avviene poi il 7 giugno 2018: il governo Conte 1, con un Dpcm, dichiara la società strategica per la difesa e la sicurezza del Paese.
La scorsa estate due fondi speculativi si fanno avanti per acquisire Tnexta (e, di conseguenza, anche Defence Tech, piccola ma preziosa). A tentare la scalata, con un’operazione che si aggirava intorno al miliardo di euro, sono stati il fondo italiano Nexitalia e quello americano Advent International, che però fa affari con la Cina. L’operazione sarebbe stata concepita per mettere in atto una successiva vendita spezzettata degli asset societari.
L’intervista
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E, secondo i bene informati, della faccenda si sarebbe parlato anche durante una giornata in barca, sull’isola di Ponza, a cui, lo scorso giugno, avrebbero partecipato i vertici dei principali attori italiani in tema di sicurezza. Successivamente viene notificata al Consiglio dei ministri e crea non poche preoccupazioni: per ragioni di sicurezza, Defence Tech deve restare in mani italiane. Divisa dalla capogruppo, sarebbe stata destinata a finire sotto il controllo degli americani.
Per questo, il 22 dicembre 2025 scattano le prescrizioni del Golden power. Stringenti, rigorose. Defence Tech viene esclusa dalla vendita e scorporata da Tnexta. Non solo. Per proteggerla da tentativi di acquisizione passa in un trust gestito da Mediobanca. E, per una tutela ulteriore, Palazzo Chigi nomina una sorta di “guardiano” in attesa di un’acquisizione “controllata” da parte di realtà istituzionali italiane. E ora il percorso pare essere definito: nazionalizzare e creare un polo di cybersecurity.
A quanto ammonta il prezzo
Per l’acquisizione di Tnexta, invece, è stato concordato un prezzo di 15 euro ad azione che non è stato più rilanciato. Quotata sull’Euronext Star Milan, è destinata a uscire dalla Borsa nonostante l’Opa obbligatoria promossa dalla cordata Advent-Nextalia-Tecno Holding, che si è conclusa ad aprile, non abbia raggiunto direttamente la soglia del 90% necessaria per il delisting automatico. Quindi il cda di Tinexta ha ufficialmente avviato le attività propedeutiche per la fusione per incorporazione di Tinexta in Zinc BidCo.

Una cosa è certa: Defence Tech è off limits. Eppure, nonostante il Dpcm, nonostante il veto di diversi governi, nonostante l’episodio di quest’estate, raccontano che ancora oggi altri fondi si siano fatti avanti. D’altronde i dati sono il petrolio nel nuovo millennio, un asset strategico: chi controlla le informazioni può manipolare i mercati, determinare le scelte economiche, prevedere le strategie dei governi sui vari scenari mondiali.
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