Marco Gilli: “Intesa-Mps crea valore. La Compagnia San Paolo vorrebbe alzare la quota”

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È un’operazione che crea valore per gli azionisti ma soprattutto per il Paese, rafforzando il posizionamento italiano nel sistema bancario europeo». Marco Gilli, presidente della Compagnia di San Paolo, appoggia pienamente la scelta di Intesa Sanpaolo di lanciare l’Opas su Mps. Un passaggio che interessa da vicino la fondazione torinese, primo azionista della banca guidata da Carlo Messina con il 6,6% del capitale. Se l’operazione andasse in porto, la quota si diluirebbe al 5,1%, ma la Compagnia resterebbe comunque il primo azionista.

Nel caso l’operazione avesse successo, come cambierebbero gli equilibri della finanza italiana?
«La premessa è che noi siamo una fondazione filantropica e un azionista istituzionale orientato alla stabilità del sistema e al lungo periodo. Guardiamo quindi con attenzione all’Opas, pur nel pieno rispetto dell’autonomia industriale della banca. Detto questo, è evidente che un’operazione di questa portata incide sugli equilibri del sistema finanziario e del Paese. La sosteniamo perché genera valore per gli azionisti, ma soprattutto perché rafforza il posizionamento dell’Italia in Europa. Vedo due benefici fondamentali: una maggiore tutela del risparmio degli italiani e la creazione di valore industriale duraturo, con effetti positivi sull’economia reale».

Messina, per mesi, ha ripetuto che avrebbe tenuto Intesa Sanpaolo fuori dal risiko. Che cosa è cambiato?
«Sono cambiate le condizioni di contesto. Il quadro macroeconomico e quello regolatorio stanno evolvendo rapidamente. C’è una crescente esigenza di competitività che riguarda l’Italia ma anche l’Europa. A questo si aggiungono la necessità di consolidamento, la trasformazione tecnologica, il digitale, la cybersicurezza e l’aumento degli investimenti richiesti per restare competitivi. Oggi la dimensione conta molto più di prima. In questo scenario è naturale valutare operazioni che rafforzino non soltanto la banca, ma il sistema Paese».

Come cambia il ruolo delle fondazioni in una stagione di grandi aggregazioni?
«Le fondazioni rappresentano un azionariato stabile, paziente, che non interviene nelle scelte operative ma condivide con la banca alcuni valori di fondo. Questo elemento costituisce un fattore di stabilità importante. Inoltre le fondazioni mantengono un forte legame con i territori e lavorano sempre più spesso in partnership con la banca su innovazione, formazione, inclusione sociale, arte e cultura. Anche in una fase di consolidamento, il nostro ruolo resta quello di contribuire a uno sviluppo di lungo periodo e a un cambiamento sistemico».

La quota delle fondazioni sarebbe diluita. Per voi e per le altre fondazioni azioniste ci sarebbe la possibilità di acquistare nuove azioni della banca senza violare il tetto imposto protocollo Acri-Mef?
«Oggi il protocollo Acri-Mef stabilisce regole precise e noi le rispettiamo integralmente. Tuttavia, se il quadro dovesse evolvere, credo che una riflessione potrebbe essere utile, soprattutto per le fondazioni ben patrimonializzate. Nel nostro caso meno della metà del patrimonio è investita in Intesa Sanpaolo e disponiamo di un portafoglio molto diversificato. Consentire una maggiore presenza delle fondazioni nell’azionariato avrebbe due effetti positivi: rafforzerebbe la quota di capitale nazionale a salvaguardia del risparmio degli italiani e con il crescere dei dividendi aumenterebbe la percentuale di utili della banca reinvestiti direttamente nei territori attraverso l’attività filantropica delle fondazioni. Sarebbe un beneficio per i cittadini e per il Paese».

Perché in Europa non nascono campioni bancari comparabili ai grandi gruppi americani?
«In Europa manca ancora un vero mercato dei capitali. Negli Stati Uniti realtà come OpenAI o Anthropic hanno potuto crescere grazie a un ecosistema finanziario che offre grandi quantità di capitale di rischio. Questa carenza penalizza l’Europa non solo nella crescita delle imprese, ma anche nella nascita delle idee imprenditoriali. Le università europee sono eccellenti, ma nei sistemi più competitivi una parte importante dell’innovazione nasce anche dai grandi gruppi tecnologici e dai loro spin-off. Se quei campioni non esistono, l’intero ecosistema ne risente».

Senza l’Unione dei mercati dei capitali, l’Europa può competere con gli Stati Uniti?
«La strada è certamente in salita. Per questo considero positivo ogni passo verso la creazione di realtà europee più grandi e competitive. Parallelamente, le fondazioni e alcune banche europee (tra Compagnia di San Paolo, Cariplo e Intesa Sanpaolo) stanno facendo la propria parte. Penso allo Scale-Up Fund, recentemente presentato a Bruxelles, che punta a sostenere la crescita delle imprese innovative europee, che richiedono ticket di finanziamento dell’ordine delle centinaia di milioni. È un esempio concreto di come si possa contribuire alla costruzione di un mercato dei capitali più forte e più integrato».

Quanto pesa oggi l’intervento della politica negli assetti del credito italiano?
«Il settore bancario ha una rilevanza sistemica ed è naturale che le istituzioni seguano con attenzione la sua evoluzione. Tuttavia è altrettanto importante che le banche possano operare secondo logiche industriali e di mercato. Le istituzioni devono perseguire due obiettivi: promuovere la competitività del Paese e tutelare il risparmio. Per raggiungerli, però, bisogna lasciare alle banche l’autonomia necessaria per compiere le scelte industriali più efficaci».

Siete presenti in Generali con una quota molto piccola, dello 0,1%. C’è la possibilità ora di aumentare la partecipazione?
«Non escludo una riflessione, ma non posso esprimermi su singole ipotesi di investimento».

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