Gli Stati Uniti in cerca di nuova credibilità

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Gli Stati Uniti d’America compiono 250 anni e l’età comincia a farsi sentire. Ormai a contare non sono più le candeline, ma i parametri vitali che si registrano ad ogni inevitabile check-up geopolitico. E, ultimamente, i referti della democrazia liberale più antica del mondo non sono quelli che si appendono con orgoglio sul frigorifero insieme ai disegni dei nipotini.

Certo, il paziente continua a camminare, perfino a correre: costruisce razzi, intelligenze artificiali e aziende che valgono più del Pil di interi continenti. Ogni tanto, però, si ferma, si guarda allo specchio e fatica a riconoscere il volto che per due secoli ha mostrato al mondo. Il problema non è l’età, ma l’identità.

Per capire l’artrosi politica, sociale e culturale che oggi irrigidisce gli Stati Uniti bisogna ricordare la loro anatomia originaria. L’America è diventata un modello di democrazia liberale globale grazie a un patto costitutivo semplice nella formula e rivoluzionario nelle conseguenze. Il cittadino rinuncia a una parte della propria libertà individuale in cambio di qualcosa di più prezioso dei servizi pubblici: una possibilità. La promessa che, con l’impegno e la giusta dose di ostinazione potrà costruire il proprio progetto di vita. La democrazia non garantisce il successo, ma l’imparzialità della gara.

È la liturgia civile che ha trasformato un Paese in un mito prima ancora che in una superpotenza. L’American Dream è stato, prima di tutto, una gigantesca operazione psicologica collettiva: milioni di persone avvistavano la fiaccola della libertà convinte che il loro destino non fosse scritto nel cognome dei genitori o nel quartiere in cui erano nate.

Così è stato fino a quarant’anni fa, quando gli Stati Uniti erano uno dei Paesi a più elevata mobilità sociale tra le economie avanzate e nascere poveri non significava restarlo. Oggi il modo più efficace per essere ricchi in America è nascere ricchi. Certo in una società dinamica come quella statunitense le diseguaglianze sono fisiologiche. Ma il problema si pone quando una parte crescente dei cittadini smette di pensare «un giorno il ricco potrei essere io» e si convince che «qualunque cosa faccia, non sarò mai io».

Tutto questo accade proprio mentre i patrimoni si concentrano a una velocità che perfino la fantasia fatica a inseguire: il primo trilionario della storia non appartiene più solo al mondo dei fumetti. In cima alla piramide sociale ci sono due aristocrazie distinte e ugualmente inaccessibili: quella del sangue, che eredita, e quella dell’algoritmo, che domina.

È vero che gli americani hanno sempre ammirato chi costruiva fortune immense, ma il problema è che quell’ammirazione è stata progressivamente sostituita dal sospetto che il gioco sia truccato, che per loro esista una partita su un tavolo a cui ci si siede solo se invitati e da cui non ci si alza nemmeno per una condanna.

È in quel momento che il patto sociale si spezza e iniziano a germogliare populismo, polarizzazione e rabbia. Sarebbe però un errore liquidare tutto questo solamente come voglia di autoritarismo o impulso eversivo. È piuttosto la risacca della delusione: il dolore di chi aveva creduto a una promessa e l’ha vista tradita nel tempo. È la richiesta, gridata e spesso autodistruttiva, che quella promessa torni a essere mantenuta.

Donald Trump è stato eletto per rispondere a quel grido. «Drain the swamp»: prosciugare la palude, ripulire il sistema da tutte le forme di corruzione, restituire il Paese a chi era rimasto ai margini. La terapia promessa avrebbe dovuto curare proprio l’artrosi del patto sociale. Ha finito invece per irrigare la palude con nuove sorgenti malsane — affari, interessi privati e politica mescolati con fantasiosa disinvoltura. Nulla di nuovo, si potrebbe dire. Ed è proprio questa, oggi, la critica rivoltagli dai suoi stessi sostenitori.

C’è una buona notizia: gli Stati Uniti hanno sempre posseduto la straordinaria capacità di reinventarsi proprio quando tutti li considerano ormai arrivati al capolinea. Per questo, a 250 anni, l’America non ha bisogno di sembrare giovane, ma di tornare a essere credibile. Una democrazia invecchia davvero soltanto quando smette di mantenere la promessa che l’ha fatta nascere. Per restituirle vitalità, la medicina migliore si trova nei cittadini: capaci di ritrovare la convinzione che il proprio domani dipenda ancora da ciò che sapranno costruire, non soltanto da ciò che hanno ereditato.

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