
Basta poco, una manciata di secondi, il tempo di soffermarsi sull’immagine di se stessa, giovanissima, da poco arrivata in Italia, temeraria al punto da lanciarsi in un provino in cui recitava un testo tutto in italiano, imparato a memoria, partendo dalla versione in slovacco. Il regista che cercava una protagonista per Il Principe di Homburg era Marco Bellocchio e Barbora Bobulova, appena premiata con l’Ischia Film Award Donne nel cinema al Festival diretto da Michelangelo Messina, ricordando quel salto nel vuoto, si commuove: «Se mi rivedo allora, penso subito che, con il tempo, quel coraggio lì si perde. A 20 anni si fanno delle cose meravigliose, si ha una forza enorme che, poi, inevitabilmente, sparisce. Vorrei avere ancora quell’ingenuità, oggi non sarei più in grado di fare una cosa del genere».
Secondo lei perché?
«Aumentano le preoccupazioni, le ansie, più si è coscienti e più si ha paura di sbagliare, vengono subito in mente le conseguenze delle proprie azioni, noi adulti pensiamo troppo al dopo, lo noto anche osservando il comportamento delle mie figlie, fanno tutto senza porsi minimamente il problema di quello che le loro scelte comporteranno».
Come arrivò a quel provino?
«Bellocchio cercava una Principessa, in Italia non riusciva a trovarla, gli hanno detto che forse ce n’era una a Bratislava e lui ha detto che voleva incontrarla. In effetti ha avuto un bel coraggio, come poteva sapere che sarei stata in grado di reggere quel ruolo? » .
Vi siete ritrovati sul set della serie Portobello, dove lei fa Anna Tortora. Com’è andata?
«La cosa più sconvolgente è stato vedere quanto Marco fosse uguale a 30 anni fa. È pieno di energie, pronto a fare ancora tante scoperte, sono convinta che, di Bellocchio, ne vedremo ancora delle belle».
È nata a Martin, nel 1974, in Italia è stata a lungo un’immigrata. Che cosa ricorda di quella condizione?
«Sono passati tanti anni e di me si dice ancora che sono un’attrice slovacca “naturalizzata italiana”, ma io mi chiedo, è necessario usare ancora una formula di questo tipo? Forse per questo mi sento sempre un po’ immigrata, di quella fase, in cui l’Europa unita ancora non c’era, mi sono rimaste impresse le file alle questure per il permesso di soggiorno, non era facile regolarizzarmi, i miei contratti erano sempre a tempo determinato , per me era un incubo».
Che rapporto ha con il suo Paese d’origine?
«Prima di tutto c’è da dire che io sono nata in Cecoslovacchia e mi sento cecoslovacca, sono attaccata al Paese in cui sono cresciuta e venuta al mondo. Adesso c’è la Slovacchia, ma, per me, quella divisione è stata come l’amputazione di un braccio, sono legatissima alle mie radici, la mia famiglia è lì e ho un padre molto patriota. Ci è voluto un notevole lavoro, in tutti questi anni, per riconciliare un dualismo che mi porto dentro. Da una parte una personalità costruita, con le mie mani, in Italia, un luogo dove ho ormai imparato ad accettare l’abitudine all’improvvisazione che prima mi spaventava tanto, dall’altra l’identità che viene dal mio Paese, schematica, disciplinata, rigida».
Le è mai capitato, nell’arco della carriera, di dover respingere avances?
«Se ne sentono di tutti i colori, ci penso spesso, ma devo dire che a me non è mai successo niente di grave, forse perché tendo a mettere barriere prima, fa parte del mio carattere, sono diffidente. Una volta è successa una cosa spiacevole con un regista, stavamo girando in Marocco, mi chiese di andare in camera sua a leggere la scena. Gli ho risposto “perché non la leggiamo nella hall dell’albergo? ” È finita lì».
Le è successo di rifiutare ruoli e poi pentirsene?
«Forse sono stata penalizzata dall’aver fatto a lungo parti da protagonista. Ho detto dei no perché pensavo si trattasse di ruoli troppo piccoli, e l’ho pagata, perché i registi se la sono legata al dito e non mi hanno richiamata mai più».
Quando si rivede sullo schermo è sempre soddisfatta?
«No, sono molto autocritica. Rifarei almeno metà dei film che ho girato, quello di Moretti è un’eccezione, riesco a rivederlo, mi è rimasto dentro».
Come furono le riprese del Sol dell’avvenire?
«Di Moretti mi avevano parlato tutti malissimo, mi avevano detto che era molto esigente, invece durante la lavorazione, Nanni mi ha trattato con gentilezza, era sempre affabile, generoso, dolce, tutte cose che non mi sarei mai aspettata…».
C’è un personaggio che vorrebbe fare?
«Mi piacerebbe tanto recitare in una storia alla Kill Bill, ricordate Uma Thurman? È quello il mio sogno, un film d’azione, magari con la spada, anche diventare una supereroina».
Quali sono i comportamenti che non tollera?
«L’arroganza, la presunzione, la maleducazione. I registi hanno in genere un ego molto forte, ma quando supera certi limiti, no, non ce la faccio a sopportarli, sono diventata intollerante».
Nel film di Stefano Chiantini Separazioni, in sala, affronta il tema del lutto per la perdita di un figlio. È stato difficile?
«Con Chiantini mi sono trovata subito bene, abbiamo in comune pudore e riservatezza, e a me non è mai piaciuto esteriorizzare i personaggi, in questo caso bisognava entrare nella storia in punta di piedi, dovevo trovare uno stato d’animo che mi avvicinasse al dolore della protagonista. In più la storia si svolge tutta in montagna, praticamente il mio habitat naturale, ci ho passato le vacanze della mia infanzia».
Il suo partner è Adriano Giannini. Come si è trovata?
«Ci conosciamo da tanto, abbiamo fatto insieme In Treatment, Adriano è molto diverso da me, incalza il regista, fa un sacco di domande, scherziamo molto, l’ho preso in giro, gli dicevo “basta, smettila di fare tutte queste domande”».
Che cosa le manca?
«Niente, mi sento già molto fortunata, sono nata in Europa e in questo periodo storico dovremmo pensare tutti alla fortuna che abbiamo avuto, anche solo per questo. No, non credo proprio di avere il diritto di lamentarmi».
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