Viaggio sul fiume malato, a Torino una palude di alghe: “Così la vita del Po soffoca”

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Quella di oggi, nel tratto tra la diga di Parco Michelotti, a Torino, e Moncalieri, è la prima di tre puntate sul fiume sofferente

TORINO. Alghe, alghe, ancora alghe. L’elica si avviluppa in continuazione. Senti il motore, un 15 cavalli fuoribordo, fare un singulto. Vedi al timone Betti Brugo dare immediatamente marcia indietro per liberarsi da quel cappio. Marcia avanti, marcia indietro: è l’unico modo per sciogliere i nodi assurdi che si formano sotto la superficie dell’acqua. «Arrivo qui alle cinque del mattino, vado via alle nove di sera. Il Po è la mia casa. Fa male al cuore vederlo ridotto in questo stato».

La capitano Brugo, atleta e insegnante della Società Canottieri Armida, ci accompagna nel tratto davanti a Torino, fra la diga di Parco Michelotti e Moncalieri. Nonostante questo sia il punto dove le chiuse trattengono il fume per renderlo navigabile, l’acqua non è mai stata così bassa. È un fiume senza spinta, esausto. Nell’alveo si sono formati giganteschi prati di alghe filamentose. La più infestante è una pianta acquatica che si chiama «Elodea nuttalli» e non ha mai fatto parte di questo ecosistema. Ma prolifera nel caldo. Ed è qui che l’acqua imputridisce, è qui in mezzo che si blocca il motore della nostra barchetta.

Il Grande Fiume è malato. Nell’estate torrida e tropicale del 2026, nessuno può più voltare lo sguardo dall’altra parte. Dalla sorgente sul Monviso al Delta dei lidi ferraresi, nulla racconta meglio il presente di questo vecchio fiume stanco. Se sta male lui, stanno male tutti. L’Osservatorio permanente sugli utilizzi idrici dell’Autorità di Bacino del Po dice che se non pioverà tanto sulla Pianura Padana, l’acqua disponibile potrà garantire l’irrigazione dei campi solo per altri sette giorni.

Ogni tratto del fiume sta affrontando un’emergenza diversa. Quello che capita a Torino è un racconto che andrebbe fatto nelle scuole. Un giorno un bambino chiede un acquario pieno di pesci ai suoi genitori. I genitori lo accontentano, fino a quando tutti si stufano di quel gioco. «Andiamo a restituire i pesci fiume» dice il padre. Svuotano l’acquario e così immettono la pianta infestante nell’ecosistema del Po. Perché quella è una pianta che si usa per decorare gli acquari. «Non possiamo avere certezza assoluta, ma è molto probabile che le cose siano andate proprio così» dice il direttore di Arpa Piemonte Secondo Barbiero.

Dunque. Un piccolo gesto irresponsabile di qualcuno produce un grosso guaio per la collettività, con conseguenze ancora difficili da quantificare nella loro interezza. Muoiono le alborelle e i cavedani soffocati dalla pianta infestante. I rifiuti marciscono sotto il sole. Si aggrovigliano i remi dei canottieri, si bloccano le eliche, imputridiscono le sponde. La pianta occupa adesso oltre il 40% dell’alveo, ma si sta avvicinando al 50%. E se il caldo torrido persisterà, le cose potranno solo peggiorare. «Stiamo studiando un intervento speciale di bonifica da fare nella primavera del 2027, per ritrovarci la prossima estate con una situazione migliore di quella di oggi», dice ancora Secondo Barbiero. La malapianta non può essere estirpata con la forza, perché se perde i suoi filamenti nell’acqua prolifera ancora di più. Anche questa sembra una metafora: serve ingegno e serve cura.

Torino, il caldo soffoca il Po: il fiume invaso dalle alghe è una distesa verde

Qui a Torino il fiume non riesce a ripulirsi. Scendono 25 metri cubi al secondo, la metà della portata media di questo periodo. Eppure è lo stesso grande fiume descritto da Cesare Pavese in un racconto tratto da «Ciau Masino»: «La barca attraversava ora un gran lago d’acqua quasi calma, il bacino sotto alla Rapidissima, e le rive eran lontane. Più innanzi il fiume si sarebbe ristretto. C’eran poche altre barche quel giorno, ma sempre una gran gente alla confluenza del Sangone, sul promontorio sovrastato dal bosco dei pioppi densi contro il cielo». Già, il Sangone, «Sangon Blues», l’affluente cantato da Gipo Farassino: «Lo slip a quadrettini la maglia da pistin, mi butto in mezzo alle pietre a far la lucertola al sole…». Oggi il Sangone è secco in molti tratti.

Se ci si affida ai ricordi, si capisce ancora meglio quello che sta succedendo oggi. Vittorio Soave, 91 anni, torinese, libraio antiquario e vogatore professionista, grande appassionato di canottaggio, è forse la memoria storica del fiume: «A fine luglio del 1976, con mia moglie, le nostre figlie e un gruppo di amici partimmo per arrivare a Venezia. È stata un’avventura molto piacevole. Da Casale Monferrato, il Po era navigabile. Non c’erano alghe. In certi punti si allargava e diventava non dico un mare, ma quasi. Passati gli affluenti lombardi, molto inquinati, avevamo fatto persino il bagno. Ogni tanto dei pesci guizzavano in barca, delle belle tinche. A un certo punto c’era una diga, bisognava portare la barca a mano dall’altra parte. Da Chioggia arrivammo in piazza San Marco».

L’inquinamento del fiume è una della poche cose che oggi va meglio di allora. Ma se prendete un bicchiere d’acqua del Po, all’altezza di Torino, e lo fate analizzare, ecco cosa ci troverete dentro: solventi industriali, metalli pesanti, idrocarburi, fungicidi agricoli e minuscole tracce di vecchi pesticidi vietati eppure persistenti. Tutte gli agenti contaminanti sono oggi sotto i limiti di rilevabilità. Tranne due. L’escherichia coli rende il fiume non balneabile, e molto lontano dal poterlo diventare. Mentre il Pfos, quella sostanza che serve per la copertura della vecchie padelle antiaderenti, è la vera emergenza. Tanto che la pagella organolettica del fiume in questo tratto è al livello 2 su 4, nel complesso «sufficiente», ma non «buona» come dovrebbe essere.

Folate d’aria bollente. Nugoli di moscerini. È in mezzo alla malapianta che, adesso, stiamo navigando. Tronchi spezzati ingombrano gli argini, detriti e rifiuti si sono accumulati contro il pilone centrale del ponte della Gran Madre. Gli aironi e le garzette camminano sulle acque come creature celesti, perché poggiano su distese di alghe ormai solidificate. Una chiatta va avanti indietro portando via le matasse estirpate che già si stanno riformando.

«Avremmo bisogno di molta cura per questa paradiso, dovremmo poter dragare i fondali. Avremmo bisogno, più di tutto, di manutenzione», dice la capitana Brugo. Un altro singulto. Motore indietro. «Manca l’acqua», dice puntando la prua verso un cielo che sembra d’acciaio. Torino si specchia nel Po. Oggi è immobile. Eppure bisogna andare, perché il fiume è sempre un richiamo al viaggio.

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