Giorgio Airaudo: “Fornero sugli esodati ha ragione, serviva più tempo per la riforma”

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«C’era un’alternativa: introdurre una patrimoniale invece di chiedere sacrifici sul lavoro, sulla carne viva delle persone». Giorgio Airaudo, segretario generale della Cgil Piemonte, nel 2011 era segretario nazionale della Fiom-Cgil, guidata da Maurizio Landini. Seguiva in particolare il settore metalmeccanico ed era tra i più critici nei confronti delle politiche economiche e delle riforme del lavoro del governo tecnico di Mario Monti. All’inizio del 2013 lasciò l’incarico sindacale per candidarsi con Sinistra Ecologia Libertà, venendo eletto deputato. Ripensando alla riforma delle pensioni varata da Elsa Fornero, allora ministra, e al racconto di quei mesi difficili, quando «lo Stato – come ricorda la professoressa in un’intervista a La Stampa – era in una situazione di pre-insolvenza».

A distanza di anni, qual è il suo giudizio sulla riforma Fornero?

«Resto convinto allora che ci fosse un’alternativa. Il Paese attraversava un’emergenza e andava evitato il rischio per la tenuta dei conti pubblici, ma si poteva scegliere un’altra strada: intervenire sui grandi patrimoni invece che chiedere sacrifici a milioni di lavoratori e pensionandi».

Quindi la patrimoniale era la soluzione?

«Sì. Si trattava di prendere quanto serviva da chi aveva molto, anziché prendere poco, si fa per dire, da tantissimi. In Italia si fa spesso confusione tra grandi patrimoni e casa di proprietà, ma nessuno pensava di colpire quest’ultima. Si scelse invece di intervenire sul sistema pensionistico e il prezzo dell’emergenza fu pagato dal lavoro dipendente».

Come giudica il metodo con cui venne approvata la riforma?

«Mancò un vero confronto. Tutto fu gestito nell’urgenza. Anche Elsa Fornero ha riconosciuto che non ci fu un confronto ampio e diffuso. Una riforma di questo tipo avrebbe richiesto una discussione seria con le parti sociali. E invece si usarono le pensioni come bancomat».

Uno dei nodi fu quello degli esodati.

«Fu una delle conseguenze più gravi della fretta. Le stime si rivelarono largamente sottodimensionate e molti lavoratori rimasero senza stipendio e senza pensione. Quella situazione non venne valutata con sufficiente consapevolezza. Effettivamente mancavano i dati, come dice Fornero. I consulenti lavorarono senza stime precise».

Allora la Cgil provò ad opporsi. Lei, torinese come la professoressa Fornero, organizzò un dibattito in fabbrica. Come andò?

«Sì, organizzammo una grande assemblea all’Alenia di Caselle (oggi Leonardo, ndr). Ricordo una telefonata con la ministra, che mi chiese se sarebbe stata una trappola. Le risposi che sarebbe stato un confronto molto duro, ma che era giusto ascoltare quei lavoratori. Fu un’assemblea intensa, con migliaia di persone che raccontavano le proprie storie. Quando sei vicino alla pensione e all’improvviso cambiano le regole, quel tempo pesa enormemente nella vita delle persone. Fornerò però ascolto davvero quelle persone e a distanza di anni so che con alcuni di loro rimasta in contatto».

Quanto incise quella riforma sul mondo del lavoro?

«Fu una riforma fatta per salvare il Paese in un momento eccezionale, ma il costo ricadde soprattutto sul lavoro dipendente. È diverso fare una riforma strutturale da una riforma dettata dall’emergenza finanziaria».

Negli anni successivi la riforma è stata al centro di molte campagne politiche. Come le giudica?

«Ci sono state operazioni fortemente demagogiche. Matteo Salvini costruì gran parte della sua crescita politica cavalcando il malcontento contro la riforma quando la Lega era al 3%. Si può criticare una legge, ma non serve trasformare il confronto in un attacco personale. La politica dovrebbe discutere il merito delle riforme, non demonizzare le persone».

Oggi crede sia giusto slegare l’età pensionabile dall’aspettativa di vita?

«Occorre aprire una discussione seria. L’Italia ha un’età pensionabile tra le più alte d’Europa e bisogna distinguere tra i lavori. Non tutti sono uguali: si può insegnare all’università a settant’anni, ma non si può stare in catena di montaggio. Non possiamo avere nonni operai. Serve una maggiore attenzione alla fatica concreta dei diversi mestieri».

Il tema riguarda anche il mercato del lavoro?

«Assolutamente, su questo concordo con Fornero. Senza occupazione stabile e salari adeguati non si regge il sistema pensionistico. Oggi troppi giovani entrano nel mercato del lavoro con contratti precari, intermittenti o part-time involontari. Così non si costruiscono pensioni dignitose e si mette a rischio anche la sostenibilità futura del welfare, dalla sanità alla scuola. La vera risposta è creare investimenti, lavoro di qualità e retribuzioni migliori».

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