Mattea Fo: “Essere concreti nelle azioni, ecco l’insegnamento dei nonni Dario e Franca”

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Ci sono nonne e nonne, quella di Mattea Fo, che si chiamava Franca Rame, è ricordata dalla nipote mentre «scansionava documentazione» oppure «preparava canovacci colorati per gli spettacoli che poi sarebbero andati in scena», oppure quando, in piena estate, «faceva le prove per i debutti della nuova stagione autunnale». Eppure, almeno all’inizio, racconta Mattea Fo, classe 1988, primogenita di Jacopo, presidente della Fondazione, nata nel 2019, che porta i nomi della coppia celeberrima, «da piccola dicevo sempre che non mi sarei mai occupata delle cose di famiglia e che sicuramente non avrei fatto teatro». Ma le cose cambiano, si sa, e oggi Mattea Fo, ospite nei giorni scorsi a Montone (Perugia), della 30ª edizione dell’Umbria Film festival dove ha curato, con Stefano Bertea, uno dei tanti appuntamenti del centenario dalla nascita di Dario Fo, ha finito per muoversi proprio in quell’ambito, tra iniziative e persone che ricordano e celebrano un’eredità incancellabile: «Le opere di Dario e Franca sono ancora talmente attuali, basta pensare al modo con cui hanno usato la satira e l’ironia per raccontare le problematiche del presente».

Qual è il proposito della Fondazione?
«Tutelare e valorizzare l’archivio e l’immagine di Dario e Franca, ma anche portare avanti progetti che facciano conoscere la loro opera alle nuove generazioni. Seguiamo il loro esempio, cerchiamo, come facevano loro, di essere molto concreti nelle azioni, infatti abbiamo creato una cooperativa dedicata all’inserimento lavorativo di donne sopravvissute a storie di violenza».

Tra i soci fondatori c’era Carlo Petrin, come conosceva i suoi nonni?
«Erano entrati in contatto fin da quando Carlo era giovane e faceva la radio libera a Bra, Dario e Franca avevano partecipato a tanti eventi, Carlo ha fatto l’orazione funebre al funerale di Dario, per noi è sempre stato un faro, ci ha dato consigli, ci ha suggerito nuove idee come quella dei cento Stati del mondo per celebrare la loro memoria, con mostre, spettacoli, convegni».

Come si convive con l’eredità di personaggi così rilevanti?
«Ci sono nata dentro. Uno dei primi lavori che mi ha affidato mia nonna è stato andare in archivio e fare una ricerca su una rassegna stampa che copriva circa 15 anni. Mi ci sono immersa e, da allora, ho capito quanto fosse importante tutto quello che avevano fatto».


Oggi ci si mobilita sui social, che effetto le fa?
«Non credo che così si possa fare politica, al massimo si può raccontare il proprio pensiero e prendere una posizione. Tutto deve essere legato alle scelte che si fanno nella vita di tutti i giorni, anche al modo con cui fai la spesa o a quello con cui affronti le ingiustizie del presente».

Quali sono i ricordi dei suoi nonni che le sono rimasti più impressi?
«Ho avuto la fortuna di viverli da piccola e da grande, me li sono goduti tanto, ho in mente le cose normali, che si fanno in tutte le famiglie, i grandi pranzi, le vacanze al mare. Anche quegli appuntamenti del tutto semplici e comuni erano, però, sempre accompagnati da cose di altro tipo, come assistere alle prove di uno spettacolo tutto al femminile, con quindici attrici sulla scena e io che, in costume e canottiera, provavo con loro. Oppure mi torna in mente Dario che preparava le opere di Rossini per l’Opera Festival di Pesaro nella palestra del liceo di Cesenatico, discutendo animatamente con meravigliosi cantanti lirici perché li obbligava a fare mille movimenti da attori e loro rispondevano che non potevano farli perché erano cantanti. Con il nonno, tutto era speciale, anche andare a prendere un gelato».


Perché, che succedeva?
«Dario si fermava per strada con la gente che gli chiedeva la sua opinione su quello che era accaduto il giorno prima nel mondo. Poi mi spiegava: “Sono quello che sono grazie alle persone che mi ascoltano e che hanno voglia di sentire quello che dico, per questo mi fermo”».

Rammenta il giorno della notizia del Nobel?
«Avevo 9 anni, ricordo la telefonata che arrivò a casa, con mia nonna che ci chiamò per farcelo sapere e io, che dopo aver chiuso il telefono, mi giro verso mia mamma e le chiedo perché nonna Franca era così contenta. E poi non ho mai dimenticato tutta la preparazione per la Svezia, il viaggio, una cerimonia molto emozionante. Io e mio padre Jacopo lanciati in un rock acrobatico invece di ballare il walzer come gli altri».

Di Dario e Franca che cosa la colpiva soprattutto?
«Il modo con cui scrivevano le storie, mentre creavano quella di Lu Santu Giullare Francesco mia nonna me la raccontava come se fosse una favola della buonanotte, oppure La fame dello Zanni, ripetuta a bordo piscina per far passare mezz’ora a noi nipoti».

Come ci si abitua, dopo aver avuto esempi del genere, a vivere nella superficialità odierna?
«La superficialità c’è, ma conta la base da cui si parte, se si è abituati ad andare a teatro, al cinema, a discutere, a leggere… il modo in cui siamo cresciuti e ora cresciamo i nostri figli, sperando che così faccia anche la scuola. Mi sembra che le nuove generazioni si avvicinino a questo approccio».

Non pensa di aver vissuto in una bolla?
«La nostra famiglia ha sempre cercato di tenerci ben ancorati alla realtà. I testi di Dario e Franca affondano le radici nel dibattito comune, che riguarda tutti. Il loro messaggio era proprio quello: stimolare il senso critico e la ricerca della verità».

Ha tre figli, cosa insegna loro?
«Fin da piccola desideravo una famiglia, anche se comprendo chi non fa figli. Cerco di trasmettere loro il rispetto per il prossimo, per il pianeta, l’abitudine a farsi domande, a non fermarsi alla prima risposta, ad essere curiosi».

La professione dei suoi nonni era legata all’impegno, un modello ancora possibile?
«Franca diceva che il personale è politico e io ci credo, profondamente. Questo comporta la necessità di esporsi, d’altra parte loro hanno pagato per le loro azioni».

Qual è lo spettacolo dei suoi nonni che preferisce?
«Spero vivamente di poter rimettere in scena Isabella, tre caravelle, e un cacciaballe, un testo straordinariamente attuale. Sono anche orgogliosa che nei teatri torni Morte accidentale di un anarchico».

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