Quel giorno, il 2 agosto 1980, la stazione di Bologna era particolarmente affollata. C’era chi tornava dalle vacanze e c’era chi partiva. Una folla festaiola e inerme, inconsapevole e perciò innocente. Quella gente, nel suo anonimato, era il bersaglio ideale per chi, come i fascisti, aveva sempre “sparato nel mucchio” lungo l’arco di tutto il decennio della “strategia della tensione”, inaugurato, non a caso, con i morti e le bombe alla Banca dell’Agricoltura, il 12 dicembre 1969, a Milano. Questa linea è stata storicamente certificata. E la strage di Bologna vi rientra pienamente in tutti i suoi elementi essenziali: gente qualunque come bersaglio; i fascisti come protagonisti oltre che esecutori materiali; apparati dello Stato in funzione di copertura o addirittura di mandanti. Era lo stesso copione che si sarebbe dovuto recitare a Bologna; i depistaggi cominciarono subito (la prima “voce” fu che era esplosa una caldaia) e uno resiste ancora oggi (quello del coinvolgimento dei palestinesi) almeno da come è adombrato nelle parole del presidente del Senato, Ignazio La Russa.
Ma alla storia è seguita la magistratura, che ha fatto piena luce sugli esecutori, i mandanti e il contesto in cui maturò quel tragico evento e ha evitato che a proposito di Bologna si possa parlare di “strage di Stato” così come si è fatto, giustamente, per piazza Fontana.
In questo senso ha ragione Mattarella quando parla di vittoria della democrazia e delle sue istituzioni; però meglio sarebbe stato parlare di “rivincita” dopo la debacle del 12 dicembre 1969. Allora il segreto e l’oscurità privarono gli istituti della nostra democrazia di ogni trasparenza, alimentando nell’opinione pubblica sfiducia e fughe in avanti; dieci anni dopo non fu più così e il nostro sistema politico ebbe la forza di uscire dal pantano in cui volevano affogarlo le forze eversive di destra. Il terrorismo di sinistra era stato già sconfitto dalla magistratura, la stessa che fece piena luce sull’attentato e che si candidò allora a un ruolo di supplenza di una classe politica pronta ad amputarsi di una fetta del suo potere pur di sopravvivere.
Bologna fu una mazzata anche per quella destra neofascista che stava faticosamente prendendo le distanze dallo stragismo e dal terrorismo nero. Il suo fascismo era quello intravisto da Pierpaolo Paolini: consumi a gogò, “campi hobbit” e Tolkien come riferimenti culturali per un pizzico di esotismo, e, soprattutto, uno svincolarsi dalle iniziative degli apparati deviati dello Stato. Le 86 vittime e gli oltre 200 feriti della bomba erano troppi anche per chi decantava le virtù pacifiche dei piccoli hobbit. Oltre al troppo intenso odore di marcio che esalava quell’attentato e che rendeva di colpo insicuro il cammino istituzionale intrapreso dai camerati.
Cominciò allora un balletto che arriva fino ad oggi: Giorgia Meloni parla di terrorismo rinunciando all’aggettivo fascista che i magistrati hanno invece rilevato nella loro indagine. Ma è ancora una volta la storia a venire in loro aiuto: Bologna era ed è la vetrina di quel comunismo emiliano pragmatico, poco ideologico, molto caro ai ceti medi e alla borghesia imprenditoriale. Colpirla era nella logica dei fascisti. Ma anche qui avevano fatto i conti senza l’oste. Ci ricordiamo tutti il pullman del servizio pubblico, con gli sportelli aperti e il pianale trasformato in ambulanza: simbolo di una città che in quella tragica giornata ritrovò la sua anima e i valori fondanti della sua esistenza collettiva.
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