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I nuovi farmaci giù del 40%: “In questo modo Trump ha stravolto il mercato Ue”

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I 2.500 farmaci che mancano oggi sugli scaffali delle farmacie italiane potrebbero presto diventare molti di più se, come afferma l’Associazione europea dell’industria farmaceutica (Efpia), il lancio dei nuovi medicinali in Europa è già crollato del 40% in soli dieci mesi. Sono quelli intercorsi dall’approvazione dell’ordine presidenziale con il quale Trump ha deciso di livellare i prezzi delle pillole commercializzate negli Usa con quelli molto più bassi di otto Paesi europei scelti come riferimento, tra i quali l’Italia. Secondo il dossier sulle carenze dei medicinali presentato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), il Most Favoured Nation (firmato dal tycoon a maggio 2025) minaccia di «turbare i mercati europei, compreso quello italiano, esponendoli a rischio di carenze». Big Pharma potrebbe essere indotta a ritardare il lancio di nuovi prodotti, da noi come negli altri Paesi europei di riferimento, per non subire poi sforbiciate più dolorose nel vastissimo mercato delle pillole a stelle e strisce. Del resto da quando il provvedimento è stato solo annunciato da Trump nel 2020, secondo i dati di Efpia la quota di medicinali approvati dall’europea Ema rispetto a quelli immessi sul mercato dalla statunitense Fda è scesa dal 77 al 38%. In pratica da allora sono arrivati nelle nostre farmacie la metà dei nuovi farmaci approvati negli Usa.

Se parliamo di medicinali già approvati in Italia ma introvabili in farmacia per Aifa l’emergenza non c’è, perché per quasi tutti quei 2.500 prodotti carenti c’è un generico «copia» invece disponibile o una terapia comunque valida. Alla fine, i medicinali per i quali le strutture sanitarie sono costrette a ricorrere effettivamente all’importazione dall’estero si riducono a poche decine.

Dietro una situazione oggi sotto controllo si nasconde però una vulnerabilità ben più seria: la dipendenza dell’Europa da Cina e India per i principi attivi necessari a produrre i medicinali. Tanto che Bruxelles ora cambia strategia e prova a riportare almeno una parte delle produzioni critiche nel Vecchio Continente. Se il presente non giustifica allarmismi, è quindi il futuro a preoccupare. Basta seguire il viaggio di una normale compressa per capire perché. Il principio attivo può essere fabbricato in Cina, gli intermedi in India, gli eccipienti altrove e soltanto alla fine il medicinale può essere confezionato in Italia, Germania o Irlanda. Un puzzle produttivo che per decenni ha consentito di abbattere i costi, ma che oggi mostra tutte le sue fragilità. Secondo i dati della Commissione europea citati dal dossier Aifa, tra il 60 e l’80% dei principi attivi utilizzati dall’industria farmaceutica europea viene oggi prodotto in Asia, soprattutto tra Cina e India, dove si concentrano circa i due terzi della capacità produttiva mondiale degli Api, gli Active Pharmaceutical Ingredients.

Una dipendenza che Bruxelles considera ormai una vulnerabilità strategica. I due giganti asiatici hanno ruoli diversi ma complementari. Pechino domina la produzione delle sostanze chimiche di base e di numerosi principi attivi; l’India si è specializzata nei generici e nella trasformazione degli Api in medicinali pronti all’uso, tanto da guadagnarsi l’appellativo di «farmacia del mondo».

La pandemia lo ha dimostrato. Poi sono arrivati la guerra in Ucraina, il caro-energia e le crisi delle rotte commerciali nel Mar Rosso e nello Stretto diHormuz. A complicare il quadro c’è anche un problema tutto economico. Per anni i sistemi sanitari hanno puntato a strappare il prezzo più basso possibile. Ma per molti vecchi farmaci fuori brevetto i margini si sono assottigliati al punto da rendere poco conveniente produrli. Quando le aziende abbandonano il mercato e restano pochi produttori, basta che uno si fermi perché l’intera catena vada in affanno. Un rischio che riguarda soprattutto antibiotici, medicinali ospedalieri e farmaci per le malattie croniche.


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