Caro de Giovanni, tutti noi italiani, di generazioni passate, meno recenti, più recenti, attuali (di quest’ultime, oggi il termine è moderno perché si chiamano inclusive), per un sano vanto culturale, ma anche per orgoglio di discendenza genetica, rappresentiamo una nazione la cui la storia fonda le sue radici in epoche preziose, perché sono antichissime.
Abbiamo una tradizione di millenni che è stato tutto un susseguirsi di grandi civiltà organizzate. Si parte da quella nuragica, molto prima ancora di quella dei Fenici. Le loro tracce fermano il tempo. I segni di queste civiltà si trovano e si riconoscono in quelli greco-romani, etruschi, arabi, giudaico – cristiani, per completare con i passaggi del suo evolversi attraverso le civiltà dell’Alto e del Basso Medioevo, fino arrivare ad oggi.
L’Italia è ammirata, credo, tanto, perché s’identifica con un’infinità di monumenti affrescati da geni come lo furono pittori e scultori; un connubio di chi, cimentandosi nello stile della cultura del bello, ha espresso sé stesso, semplicemente, nella magnificenza di ciò che appare non solo architettonicamente. Vantiamo ancora antiche sapienze, da quelle agresti fino a costruire ponti con eclatanti movimenti letterari, di filosofi, di scrittori, di poeti e di scienziati.
Tutto questo mondo è il nostro più elevato patrimonio culturale che nella storia dell’umanità, a mio avviso, non teme confronti che comunque sono importanti, ma non in egual misura. Il nostro percorso culturale è identitario nella sua specificità.
Veniamo all’oggi perché oggi noi esistiamo. Domani altri esisteranno, noi non più. Che cosa abbiamo d’identitario? Lo smartphone? Il tecnologico? Il digitale? L’intelligenza artificiale? Le chat? I social? È nientemeno l’ebetizzazione di un mondo che, apocalittico, si sta sovrapponendo, massivamente dominante in quanto poggia sui suoi punti di forza – poteri che, antropologicamente, stanno velocemente azzerando ogni tipo di passaggio che ho sintetizzato sopra. Il futuro cancella il passato, ma anche il presente.
La risposta di Maurizio de Giovanni
Carissimo Adalberto,
la ringrazio molto perché mi stimola su una riflessione che in questi caotici giorni, in cui il mondo sembra spostare le colonne d’Ercole della sua follia, mi pervade profondamente, ed è quella sul passato. L’omicidio di Chiara Poggi; il suicidio di David Rossi; la morte di Denis Bergamini; la catastrofe di Ustica. Tutte tragedie di un passato più o meno recente che avevano colpito l’opinione pubblica, suscitato orrore e sgomento, ma che sembravano essere giunte a conclusione. Indagini, processi, sentenze: fiumi di documenti, perizie, analisi e condanne. Fatti che erano stati ricostruiti nei dettagli, responsabilità accertate o meno, famiglie sconvolte che cercavano pace: eppure tutti questi eventi, nelle ultime settimane, sono stati rimessi in discussione, sventrati e ricomposti, e si scopre adesso che nulla di quello che sembrava certo lo era in realtà.
Che voglio dire, e che c’entra questo con la sua lettera? Semplice: che il passato non è detto che passi. Che quello che è accaduto lo è certamente, ma le relative chiavi di lettura possono cambiare, e questo impatta inevitabilmente sul presente e sul futuro. Siamo fatti di memoria, e la memoria non è solo ricordo, ma anche costruzione dei principi. Per come la vedo io, guardare ossessivamente avanti senza tener conto del passato porta in modo ineluttabile a compiere di nuovo gli stessi errori.
Quello che lei sintetizza in merito al nostro paese, per esempio, mi sembra estremamente emblematico. Siamo un popolo costruito mediante la sedimentazione di culture e di conquiste. La situazione geografica della penisola, la sua posizione al centro del Mediterraneo che l’ha resa strategica in ogni epoca, ha comportato l’arrivo di eserciti e migranti che hanno influenzato la nostra stessa identità, che è piena di parole, di suoni, di segni che vengono da lontano. Noi stessi siamo diventati un popolo di migranti, le comunità italiane si sono radicate dovunque, mantenendo spesso le caratteristiche di provenienza. Qui, nel frattempo, abbiamo sviluppato arte, architettura, letteratura in maniera tale da non abbandonare o dimenticare mai quello che era venuto prima, per poterci costruire sopra e salire ancora e ancora verso il cielo. Siamo sicuri che dimenticare tutto questo e diventare intolleranti, respingenti, protezionisti sia la strada giusta? O piuttosto non contribuirà a creare una generazione di nemici in casa, che non avranno remore a distruggere ciò che li tiene fuori, che non li accetta?
La memoria è futuro, carissimo Adalberto.
Grazie di avermelo ricordato.
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