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Mafiosi, ergastolani e capi clan lasciano il carcere con i permessi

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Boss di mafia, capi clan e killer: per loro le porte dei penitenziari diventano girevoli. Per gli ergastolani ma anche per chi sconta il carcere duro. Passano gli anni, cambia la giurisprudenza, gli echi per i morti ammazzati dalla mafia si affievoliscono e la regola del “fine pena mai” si trasforma lentamente in un “quasi mai”. Si parte per i detenuti nel regime di massima sicurezza (che possono ottenere permessi secondo i benefici di legge) e si arriva a quelli sottoposti al regime del 41 bis. Insomma, la nuova letteratura giuridica si evolve e i super boss ne fanno tesoro: dalla strategia delle bombe il passo è sempre più breve verso la prassi della buona condotta carceraria. Scattano così i “salvacondotti”e le licenze per necessità. Sia nel primo caso, che nel secondo in tanti ne hanno usufruito.

Tra questi anche il boss Raffaele Galatolo, detenuto “modello” nei report stilati dagli uffici del carcere di Secondigliano, già condannato all’ergastolo per mafia e omicidio, tanto da ottenere durante il periodo del Covid alcuni permessi per lavorare sia in un’associazione di volontariato che per tornare stabilmente nella sua Palermo. Dove però, riorganizzava la sua cosca e progettava l’idea di rimettere insieme le famiglie dell’Acquasanta e dell’Arenella, due delle più importanti del mandamento mafioso di Resuttana.

Di capi clan, e capi mandamenti sottoposti al regime del 41 bis ce ne sono circa 750 in Italia. Alcuni nomi dicono poco ai più, nonostante si siano macchiati di delitti gravi, omicidi efferati, estorsioni aggravate dal metodo mafioso altri, soprattutto, quelli dei palermitani (119 detenuti al 41 bis al 24 settembre scorso) sono più noti e ancora oggi oggetto di processi infiniti e cronache quotidiane. Poi ci sono quelli di Napoli, Catania, Catanzaro, Reggio Calabria e via dicendo. Nella lista ci sono Leoluca Bagarella, tra i capi storici del clan dei corleonesi, fratello di Ninetta, moglie del capo dei capi Totò Riina, Pietro Aglieri, altro famigerato boss, i fratelli Graviano condannati anche per la stragi di Firenze, Milano e Roma tutti con più ergastoli sulle spalle e sottoposti al carcere duro. Irreprensibili nelle loro celle: per questo sperano di ottenere benefici e permessi. I loro avvocati, anche sulla scorta della sentenza della Corte costituzionale del 2019 e poi quelle della Corte di Strasburgo, che hanno condannato l’automatismo dell’ergastolo ostativo perché violerebbe il «diritto alla speranza», chiedono sistematicamente la revisione del regime detentivo duro. Ogni due anni c’è una pronuncia per per la proroga, ma «ogni volta», spiegano quelli che se ne intendono della Dna (Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo) sarà più complicato motivarne le ragioni per il diniego «specialmente per chi ha già goduto dl beneficio». Uscire dal 41 bis è il primo vero step per la semi libertà. Prima accadeva raramente o per gravi condizioni di salute. Ora accade sempre più spesso che i boss assoggettati al carcere duro facciano istanza per ottenere permessi: fino a 15 giorni per un massimo di 45 l’anno.

Naturalmente quasi mai è arrivato il parere favorevole della Dna ma alcune volte succede che il magistrato di sorveglianza disponga diversamente a Palermo (ma il problema si pone ed è sovrapponibile anche a Catanzaro, Reggio Calabria, Catania). Fino ad ora comunque non è riuscito ad ottenere il beneficio Filippo Graviano, detto “u Baruni” al 41 bis (nel settembre del prossimo anno si dovrà decidere sulla proroga del carcere duro) con il fratello Giuseppe per le stragi del 92-93, che sia il 24 dicembre scorso che nel giugno di quest’anno ha presentato la sua richiesta ma è stata rigettata. Ma, invece, è andata diversamente per Cristoforo Cannella detto Fifetto tra i killer più spietati di cosa nostra. Legato ai fratelli Graviano e a Leoluca Bagarella è stato condannato all’ergastolo per le stragi e le bombe di Firenze ma anche per essere uno degli esecutori della strage di via D’Amelio dove persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Era nelle sue mani il telefonino (è quanto accertato durante il processo) che avvertiva del transito dell’auto del giudice verso la casa della madre. Cannella, arrestato con l’operazione “Castagna” nelle indagine coordinate del magistrato Alfonso Sabella ha ottenuto il permesso di uscire lo scorso 10 aprile e secondo ricostruzioni processuali è stato anche al centro del cosiddetto “protocollo farfalla” una sorta di accordo non ufficiale risalente al 2004 tra i servizi segreti italiani (allora Sisde) e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) per incontrare i detenuti in regime di 41-bis senza avvisare i giudici. Una vicenda mai del tutto chiarita che ancora oggi rimanda a tutta una serie di opacità.

Prima di Cannella, comunque, ad uscire con permesso è stato anche Gregorio Di Giovanni (esecuzione del permesso il 6 marzo scorso) e il capomandamento di Ribera in provincia di Agrigento Mario Capizzi, 57 anni, condannato all’ergastolo anche per l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino di cui sarebbe stato uno dei carcerieri.

La lista dei desideri o se si preferisce la lista d’attesa dei pretendenti si allunga di giorno in giorno. Anche Gioacchino Corso capo della cosca di Santa Maria di Gesù ha presentato la sua richiesta (5 ottobre scorso) ma attende l’esito della risposta (il parere della Dna è già arrivato, contrario) così come Gioacchino Cillari (anche lui in attesa), condannato all’ergastolo per essere stato (su mandato dei boss Pippo Calò e Matteo Motisi) l’esecutore materiale dell’omicidio del sottufficiale dei carabinieri Gioacchino Crisafulli. In attesa di risposta per un’eventuale “libera uscita” anche il boss Giuseppe Falsone, condannato all’ergastolo e considerato uno dei capi di Cosa nostra nella Provincia di Agrigento, assieme a Gerlandino Messina. Prima dell’arresto avvenuto a Marsiglia Falsone era nella lista dei più pericolosi trenta latitanti. La Dna ha già espresso parere contrario ma la pronuncia definitiva ancora non è arrivata. Così pure per Stefano Fragapane, figlio dell’ex capo di Cosa nostra agrigentina Salvatore, all’ergastolo per quattro omicidi. Anche in questo caso la decisione finale deve arrivare. Rigettate, invece, le richieste del boss di Porta Nuova, Alessandro D’Ambrogio e di Ignazio Ribisi considerato uno dei fedelissimi di Bernardo Provenzano e Giuseppe Sicilia, che dalle motivazioni della sentenza d’Appello nel processo Xidy è stato riconosciuto come capo della famiglia mafiosa di Favara.

Scarcerato, invece, per fine pena lo scorso 2 settembre Nicola Accardo considerato un fiancheggiatore del boss Matteo Messina Denaro e anche Girolamo Biondino libero dallo scorso 8 luglio per aver espiato la pena. Fratello di Salvatore, l’autista di Totò Riina, secondo le dichiarazioni rese in aula dal collaboratore di giustizia Vito Galatolo fu lui a portare il messaggio di Matteo Messina Denaro per il piano di eliminazione del pm Nino Di Matteo. Lo stesso Galatolo – ritenuto attendibile da più Corti a Palermo e Caltanissetta – rivelò che dopo aver acquistato l’esplosivo proveniente dalla Calabria e pagato con i soldi raccolti da tutte le famiglie il progetto per eliminare Di Matteo era pronto per essere eseguito.

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