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Maurizio De Lucia: “Il padrino che torna sul territorio riannoda le buone regole mafiose”

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Maurizio De Lucia è il capo della procura di Palermo. E proprio nel capoluogo siciliano ha iniziato la sua carriera in magistratura.

Molti mafiosi escono dal 41 bis con permessi, cosa sta accadendo nelle carceri?

«Negli istituti penitenziari ci sono circa 750 persone al 41 bis. Il sistema rischia di non tenere, perché per fare funzionare davvero il carcere duro bisogna da un lato assicurare condizioni di detenzione dignitose ma dall’altro impedire a questi reclusi che sono i capi delle organizzazioni mafiose e terroristiche di continuare a comandare dall’interno delle carceri come facevano prima».

Cosa si dovrebbe fare?

«Il problema non riguarda solo i sottoposti al 41 bis ma tutti i detenuti che appartengono alle organizzazioni mafiose. Noi abbiamo nell’alta sicurezza soggetti giovani appartenenti a vari clan che in quanto appartenenti alle organizzazioni mafiose lo erano fuori del carcere e continuano ad essere dentro il carcere, e quindi, se non opportunamente vigilati assumono dentro il carcere una posizione dominante. E’ questa la fascia che cresce di più perché quelli che stanno al 41 bis, bene o male, sono destinati a rimanerci».

Quali sono i pericoli?

«Chi è recluso nel regime dell’alta sicurezza generalmente non ha pene detentive come dire eterne. Quindi si tratta di condannati che in qualche modo si formano dentro il carcere e tornano fuori più esperti di prima. L’altro problema che stiamo riscontrando è per i soggetti anche questi fuori dal 41 bis, che sono stati importanti capi mafiosi, killer che escono usufruendo dei benefici penitenziari – perché fuori dal 41 bis si possono ottenere – e tornano nel territorio di appartenenza incidendo seriamente perché è gente che ha formazione e esperienza».

E quindi rimettono insieme i cocci dei clan…

«Naturalmente tutto questo avviene in un quadro di assoluta legalità. Ci sono diritti che spettano ai detenuti e c’è un giudice di sorveglianza che decide e ritiene che quel soggetto non sia pericoloso sulla scorta di una serie di dati che gli vengono forniti».

Un segnale inquietante …

«Non è solo un segnale. C’è il fatto che alcuni di questi esponenti sono detentori del vero potere, e il vero potere per un mafioso è conoscere le regole dell’organizzazione ed esserne riconosciuto come tale, quindi anche gente piuttosto in là con gli anni che torna e risolve i conflitti dentro l’organizzazione o dentro la famiglia secondo le buone regole. Che lui conosce e che nessuno mette in discussione, quindi fa un’opera di governo e questa opera di governo è naturalmente pericolosa perché il risultato è quello rafforzare l’organizzazione in maniera significativa».

La riorganizza, dunque, la ristruttura.

«Esatto, la cosche così sono in costante ristrutturazione con gli anziani che tornano sul territorio per un periodo non breve fra l’altro e in quel in quel periodo, come dire, possono dare le linee direttive a capi più giovani che non hanno il loro carisma, ma che vengono riconosciuti come loro vicini, per consentire poi alla mafia di potersi presentare di nuovo, in maniera forte e quindi di essere attrattiva per tutti quei ragazzi disperati che vivono nelle periferie di Palermo e che non hanno una prospettiva ulteriore o una diversa di vita e che invece vedono nell’organizzazione mafiosa una cosa che li fa sentire parte di un’entità – di un’entità certamente criminale – forte e quindi capace anche di acquisire reddito per ruolo».

Come se ne esce allora?

«Se ne esce con un impegno radicale che riguarda il mondo delle carceri, ragionando sul fatto che noi abbiamo una popolazione carceraria superiore a quella che fra virgolette ci possiamo permettere».

Da anni si ragione ma la soluzione non esce…

«Noi in realtà abbiamo un sistema penale che ragiona quasi esclusivamente – nonostante alcuni interventi recenti – in termini di giustizia riparativa, un po’ come si ragionava nell’ottocento, cioè commetti un reato e vai in carcere. Oggi invece mentre per alcune categorie di crimini e di soggetti, penso ai mafiosi o anche a soggetti che destano particolare allarme nell’opinione pubblica come i violentatori, i killer seriali, ovviamente per questa gente la destinazione non può che essere il carcere, ma per gli altri bisognerebbe fare un ripensamento complessivo del sistema delle pene, cioè immaginare pene che siano diverse da quella detentiva».

Ci si arriverà?

«Questa dovrebbe essere la linea, che anche se non molto originale perché Cesare Beccaria con il principio utilitaristico della pena lo affermava già in maniera piuttosto chiara, ma se noi facessimo questo, se investissimo nel sistema carcerario, ragionando anche sullo stato attuale, allora delle soluzioni serie potrebbero arrivare mettendo insieme rieducazione e utilità della pena».

In passato abbiamo già sperimentato forme di indulto…

«Il risultato degli indulti è che noi apriamo le celle un anno e l’anno dopo abbiamo lo stesso numero di detenuti più altri detenuti. Queste forme di estinzione del reato della pena si possono immaginare soltanto alla fine di un percorso».

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