Home Business Gaza come Hebron, il sogno dei coloni e il progetto dell’ultradestra israeliana

Gaza come Hebron, il sogno dei coloni e il progetto dell’ultradestra israeliana

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TEL AVIV. Hebron è la città in cui il movimento dei coloni ha imparato a misurare, casa per casa e strada per strada, quanto spazio può sottrarre ai palestinesi. Itamar Ben Gvir vive nell’insediamento di Kiryat Arba, sulla collina che la sovrasta. Venerdì, dopo che due uomini del posto avevano ucciso due soldati al posto di blocco di Farsh al-Hawa ed erano stati uccisi a loro volta, la città è tornata a essere il luogo in cui la rappresaglia e il progetto coincidono. Le ruspe sono entrate nel quartiere poche ore dopo e hanno abbattuto decine di edifici. Bezalel Smotrich ne ha rivendicato l’ordine davanti alle telecamere, e nella stessa giornata ha approvato quattro nuove fattorie di coloni sulle colline a sud della città. Ben Gvir ha chiesto la fine dell’Autorità palestinese, che con l’attacco non aveva alcun legame, e ha detto che la vita dei coloni vale un milione di volte la libertà di movimento degli arabi. Netanyahu ha promesso di svuotare il quartiere degli attentatori come sono stati svuotati i campi profughi di Jenin e Tulkarem. Quelle ore contengono il programma con cui Otzma Yehudit e il Sionismo religioso arrivano al voto di martedì.

Mancavano quattro giorni al 27 ottobre, e l’estrema destra ha usato Hebron per chiudere una campagna elettorale costruita sulla Cisgiordania. Smotrich arriva alle urne dopo aver passato buona parte degli ultimi mesi sotto la soglia di sbarramento del 3,25 per cento, e solo negli ultimi sondaggi è tornato sopra, in lista tecnica con lo Zehut di Moshe Feiglin. Ben Gvir, che nel 2021 e nel 2022 era entrato alla Knesset in lista comune con Smotrich, questa volta corre da solo, e i sondaggi danno a Otzma Yehudit otto o nove seggi. Smotrich e Ben Gvir si sono serviti della Cisgiordania, e dei poteri che i loro ministeri esercitano sul territorio occupato, per mostrare agli elettori come si raggiungono gli obiettivi che hanno rivendicato a Hebron.

L’espansione delle colonie e delle fattorie pastoriali è passata per l’Amministrazione civile, che risponde a Smotrich e che in questi anni ha approvato nuovi insediamenti, legalizzato avamposti, autorizzato fattorie di coloni come le quattro annunciate venerdì, fino al via libera al piano E1 che lo stesso Smotrich aveva presentato come il modo per seppellire l’idea di uno Stato palestinese. Dagli stessi uffici partono gli ordini di demolizione delle case palestinesi, che insieme alla pressione degli avamposti sui villaggi e sulle comunità di pastori hanno costretto molte famiglie ad abbandonare le loro terre. Lo smantellamento delle istituzioni palestinesi è cominciato invece al ministero delle Finanze, dove Smotrich ha trattenuto le entrate fiscali che Israele riscuote per conto dell’Autorità di Ramallah e da cui dipende gran parte del suo bilancio, indebolendola fino al punto in cui venerdì, insieme a Ben Gvir, ha potuto chiederne lo scioglimento.

Le dichiarazioni dei due ministri riprendono quasi alla lettera i programmi con cui i due partiti si presentano al voto. A fine settembre Smotrich aveva detto in un’intervista a Ynet che l’esercito doveva andare in guerra in Cisgiordania e fare lì ciò che aveva fatto a Gaza, e il 22 settembre Ben Gvir, presentando a Gerusalemme la piattaforma di Otzma Yehudit, aveva chiesto per sé il ministero della Difesa nel prossimo governo e messo al centro del programma l’incoraggiamento dell’emigrazione dei palestinesi da Gaza e dalla Cisgiordania, il disarmo dell’Autorità palestinese, l’allentamento delle regole d’ingaggio, la riscrittura del codice etico dell’esercito e la pena di morte per i palestinesi condannati per attentati mortali.

L’orizzonte dell’estrema destra arriva fino a Gaza. In un’intervista di pochi giorni fa, Ben Gvir ha detto che Israele deve conquistare tutta la Striscia e incoraggiare i suoi abitanti ad andarsene. Lo aveva promesso anche il 27 settembre, davanti alle migliaia di persone che il movimento Nachala aveva portato in marcia fino al confine nord di Gaza per chiedere al governo di tornare a costruire insediamenti. Dal palco, Ben Gvir si era augurato di arrivare a Nisanit prima delle elezioni, e se non fosse successo di riportare lì gli israeliani da ministro della Difesa. Nisanit, Elei Sinai e Dugit erano gli insediamenti del nord, smantellati nel disimpegno unilaterale voluto da Sharon nel 2005, una ferita mai rimarginata nel movimento dei coloni. Le loro rovine si vedono dall’avamposto che Nachala ha costruito sul lato israeliano della recinzione, tra Kfar Aza e Nahal Oz.

Nachala ha chiamato l’avamposto “Pionieri di Gaza”. Le famiglie che ci vivono hanno lasciato case grandi e comode per trasferirsi in alloggi provvisori, e spiegano quella scelta come un messaggio al governo, la prova che sono pronte a entrare nella Striscia appena verrà loro permesso. La recinzione corre alle spalle delle tende, e da lì indicano Beit Hanoun, Beit Lahia e più in là la fascia di terra dove sorgevano i vecchi insediamenti. Yael è incinta di otto mesi del suo sesto figlio e vive qui dal primo giorno. Spiega quel nome con la nascita dello Stato. Il pioniere, dice, è chi cammina davanti agli altri e apre la strada, come i coloni che nell’ottobre del 1946, a pochi chilometri da qui, fondarono undici insediamenti nel Negev in una sola notte, convinti che fosse il modo per far entrare quella regione nel futuro Stato ebraico. Secondo lei a Gaza succederà lo stesso, e le famiglie che ogni pomeriggio arrivano all’accampamento sono il segno che qualcuno ha già cominciato a seguirli.

I coloni di Nachala sono arrivati di notte, tra il 15 e il 16 ottobre, nella foresta di Simhoni, a ridosso della recinzione, quando mancavano undici giorni al voto. Nachala conosce bene questo modo di procedere, perché è quello con cui da vent’anni cambia la mappa della Cisgiordania, dove i suoi militanti piantano tende e roulotte sulle colline senza alcuna autorizzazione e aspettano che un governo amico trasformi le tende in insediamenti riconosciuti, come è accaduto a molti avamposti negli ultimi anni con i governi Netanyahu. Fondato nel 2005 da Moshe Levinger e Daniella Weiss, sanzionato dal Regno Unito nel 2025, il movimento ha portato lo stesso metodo sul confine di Gaza e chiede che l’accampamento venga trasferito al più presto nella zona cuscinetto che l’esercito occupa nel nord della Striscia.

Una quindicina di famiglie vive già nelle strutture, tra cui quella del sergente maggiore Yishay Fitusi, della brigata Golani, ucciso il 7 ottobre nella base di Nahal Oz. Le tende guardano verso Gaza e parlano al prossimo governo, e in quello uscente Nachala ha già trovato ascolto. Nell’estate del 2025 sei ministri, tra cui Ben Gvir, avevano chiesto per iscritto al ministro della Difesa Israel Katz di lasciare entrare i nuclei del movimento nel nord della Striscia a scegliere i luoghi dei futuri insediamenti, e qualche mese più tardi lo stesso Katz aveva annunciato tre avamposti militari Nahal là dove sorgevano gli insediamenti evacuati nel 2005.

Nell’avamposto nessuno nasconde come funziona il rapporto con la politica. I ministri e i deputati annunciano di volersi insediare a Gaza, loro portano quell’annuncio sul terreno, e le tende lungo la recinzione diventano la prova che i politici possono mostrare al Paese, il segno che c’è già chi lo vuole e chi è pronto a farlo, e che spingere il progetto dentro l’esecutivo sarà così più facile. Il modello è la Cisgiordania, dove secondo loro nell’ultima legislatura gli insediamenti si sono moltiplicati e il governo ha dimostrato di saperli far crescere, e ciò che è stato fatto in Giudea e Samaria verrà fatto a Gaza. È questo, per i pionieri, il senso delle elezioni di martedì. Votare un leader forte, che aiuti altre comunità a insediarsi ed espandersi, come in Giudea e Samaria, così a Gaza, e un giorno, dicono, anche in Libano.

Ben Gvir non è arrivato a Nisanit prima del voto. Le famiglie di Nachala si sono fermate un passo prima, sul lato israeliano della recinzione, a fare per lui quello che in Cisgiordania i coloni fanno da decenni per la politica che li sostiene, anticipare con le tende e con i propri figli la decisione che il governo dovrà prendere dopo. Le ruspe di Farsh al-Hawa e l’accampamento nella foresta di Simhoni rispondono allo stesso programma, quello di ministri che chiedono il voto per completare ciò che hanno già cominciato sul terreno e martedì gli israeliani sceglieranno anche se quelle tende resteranno da questa parte della recinzione.

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