La sua unica colpa era quella di indossare un abito talare. Un lungo vestito nero, da prete di campagna. La sua unica colpa era quella di essere un uomo di Dio. Quel prete si chiamava Armando Bison e da qualche tempo era ospite del convento dei padri Venturini, a Trento.
Questa storia risale al 1983, una vita fa, un tempo sospeso che non ha cancellato l’orrore. Era il 26 febbraio, un sabato. Don Armando alle 9 di sera era andato a celebrare la messa nella chiesa di Santa Maria del Suffragio, in pieno centro a Trento, forse neanche 900 metri dalla casa madre dei Venturini. Lo aggredirono in due. Lo gettarono a terra e lo bloccarono. Poi, da una borsa di plastica di un negozio di abbigliamento di Bressanone estrassero due cose: un martello e uno scalpello a punta, di quelli che si usano per lavorare le pietre, al quale era stata attaccata una croce in legno che conficcarono nel cranio del povero sacerdote con qualche colpo deciso. Don Armando Bison era ancora vivo quando lo trovarono. Papa Wojtyla parlò di barbaro e sacrilego attentato. Chi indagava scandagliò il suo passato, le frequentazioni, la sua vita a Trento in quel convento che ancora oggi domina dall’altro la città.
Due giorni più tardi alla redazione dell’Ansa di Trento giunse una lettera che rivendicava l’omicidio. Era firmata da Ludwig, nome che aveva già rivendicato almeno cinque omicidi nel triveneto. Assassini che rifacevano all’ideologia neonazista. Che aprivano i loro scritti con lo stemma dell’aquila imperiale (simbolo ufficiale del Partito Nazista e dello Stato come stabilito da Hitler nel 1935), che scrivevano in calce “Gott mit uns”, dio è con noi, ovvero il motto inciso sulle fibbie delle cinture dei soldati della Wehrmacht. Dubbi? Nessuno: nel documento appariva anche la marca dello scalpello adoperato per aggredire don Bison: “Faba”, un dettaglio che poteva conoscere soltanto l’autore di quel delitto. E un proclama: «Abbiamo punito chi tradisce il vero Dio». E non era tutto lì. Ludwig, con quel documento, rivendicò anche l’assassinio di due frati: padre Gabriele Pigato e padre Giuseppe Lovato, entrambi settantenni e dell’ordine dei Servi di Maria, uccisi a martellate pochi mesi prima a Vicenza.
Gli assassini, ovvero Ludwig, vennero arrestati esattamente un anno dopo, il 4 marzo del 1984. Si chiamavano Marco Furlan e Wolfgang Abel, avevano entrambi 24 anni. Figli della buona borghesia, studenti universitari, vennero rinviati a giudizio e accusati 14 omicidi, sebbene nei volantini di rivendicazione gli omicidi auto-attribuiti fossero 15. La condanna definitiva a 27 anni, però, riguarda soltanto 10 delitti. Per gli altri furono assolti per insufficienza di prove.
Entrambi non hanno mai negato, né ammesso nulla.
Wolfgang Abel è morto nel 2024.
Marco Furlan, definitivamente libero.
Resta il mistero di una frase pronunciata da Furlan dopo il suo arresto in Grecia nel 1995: «Non abbiamo agito da soli…».
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