Home Business Althea, la forza che veglia sulla pace dopo l’orrore della pulizia etnica

Althea, la forza che veglia sulla pace dopo l’orrore della pulizia etnica

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ROMA. Si chiama “Althea”, la missione militare dell’Unione europea in Bosnia ed Erzegovina dove erano inquadrati i nostri elicotteristi. Funziona dal dicembre 2004. In origine era “Sfor” ed era una missione della Nato avviata nel lontano 1996. E questo nome ci riporta a come e perché tutto iniziò. Trenta anni fa in quelle terre si combatteva una sporca guerra civile. Se ne riparla ogni tanto, ma sostanzialmente è dimenticata. Si accenna alla guerra della Bosnia, infatti, quando muore il generale Ratko Mladic, il “macellaio” serbo-bosniaco, responsabile del mattatoio di Srebrenica, dove ordinò la strage di 8mila prigionieri, uomini e ragazzi. Oppure quando la procura di Milano indaga su alcuni presunti cecchini italiani che pare andassero a sparare per divertimento sulla gente di Sarajevo. Ma appunto, chi si ricorda più di una guerra sporca che infuriava alle nostre porte?

Eppure, i nostri militari sono ancora lì, in Bosnia, perché le tensioni non sono sopite del tutto. Inizialmente dunque si chiamò Sfor (Stabilisation Force) e fu una missione poderosa di 12 mila soldati su un territorio relativamente piccolo, affidata all’Alleanza atlantica, per garantire il rispetto degli Accordi di Dayton. Anche questi, ormai dimenticati e rimossi. C’era Bill Clinton a soprintendere. Attorno al tavolo c’erano i leader regionali: Slobodan Milošević, presidente della Jugoslavia (non ancora Serbia) e rappresentante degli interessi dei serbo-bosniaci; il presidente della Croazia, Franjo Tuđman; il presidente della Bosnia ed Erzegovina, Alija Izetbegović. Non c’era invece Radovan Karadžić, presidente della Repubblica serbo-bosniaca, che poi sarà condannato all’ergastolo per crimini di guerra dal Tribunale internazionale dell’Aja.

La conferenza, lunghissima, estenuante, condotta nel chiuso di una base aerea negli Stati Uniti, fu guidata dal mediatore Usa, Richard Holbrooke, assieme all’inviato speciale dell’Unione europea, Carl Bildt, e al viceministro degli Esteri della Federazione Russa, Igor’ Ivanov. Al momento della firma, c’erano almeno 50 leader mondiali. In quella sede gli americani e tutto l’Occidente presero l’impegno a garantire la pace. Quella pace che i Caschi Blu dell’Onu – bloccati dai mille distinguo del Palazzo di Vetro – non erano riusciti ad imporre.

Con il tempo, però, i numeri furono progressivamente ridotti. E a un certo punto, nel 2004, gli americani vollero tirarsene fuori. Fu stabilito allora che, a parità di mezzi e di regole di ingaggio, ci avrebbero pensato da soli gli europei. Nacque così Althea, che dipende da Bruxelles.

Lentamente, un passetto alla volta, i risultati sono stati raggiunti. Quelli militari, s’intende, non quelli politici e civili perché la Bosnia resta sostanzialmente congelata in tre entità geografiche ed etniche distinte. Ma comunque si può dire che le cose migliorano. Gli effettivi sono scesi a un livello minimo di millecento soldati (di cui oltre trecento italiani) e dal gennaio di quest’anno il comando è affidato a un italiano, il generale dei paracadutisti Maurizio Fronda.

L’incidente che ha coinvolto il nostro elicottero è avvenuto nel distretto di Brčko: una località che per anni è stata molto citata nei resoconti di guerra, associata ad alcune delle storie più infami, e che oggi invece è forse una delle realtà meglio riuscite della pace di Dayton.

Dato che per Brčko passava un corridoio strategico che univa i territori serbo-bosniaci alla Serbia, e che altrimenti l’entità serbo-bosniaca sarebbe rimasta imbottigliata tra Croazia e territori bosniaco-musulmani, qui si combatterono le battaglie più furibonde, l’intera cittadina fu fatta sgomberare dai suoi abitanti perché di religione musulmana, e ci fu la pulizia etnica più crudele. Si ricorda ancora quando il ponte sul fiume Sava fu fatto saltare in aria dai miliziani serbo-bosniaci con più di cento persone che lo stavano attraversando a piedi. Poco distante venne istituito il famigerato campo di detenzione di Luka, dove centinaia di civili non serbi vennero sistematicamente torturati, picchiati e giustiziati. Alcune delle fotografie più famose e crude dell’intero conflitto — che ritraggono l’esecuzione a sangue freddo di civili in pieno centro urbano — vennero scattate proprio a Brčko nel maggio del 1992. Se ha un senso mantenere dei soldati stranieri in Bosnia, è lì a Brčko che devono operare.

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