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Malika Ayane “A 40 anni ho imparato la leggerezza L’importante è assaporare l’attimo”

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Malika Ayane è un po’ come le sue canzoni, energica e spensierata, venata di malinconia. Una musica di emozioni e stati d’animo, con una filosofia sottesa sull’importanza di vivere «adesso». Aspettiamo sempre il momento giusto per vivere davvero, ma come ci ricorda Seneca ogni giorno può contenere una vita intera. E il presente di Malika è fatto del tour nei teatri, con il nuovo album Cicale (Carosello Records) e una scelta di brani degli altri 6 album, in cui osserva l’amore, il cambiamento e il tempo che passa. Si inizia oggi a Fermo e poi molte tappe, tra cui Roma (martedì auditorium della Conciliazione), Milano (10 Arcimboldi) e Torino (11 Colosseo).

Preferisce la dimensione piccola, più raccolta, del teatro per la sua musica?

«Non è tanto una questione di dimensione raccolta perché ci sono teatri che nascono per abbracciarti e teatri vastissimi. Quello che mi piace del teatro è il fatto che sul palcoscenico si possa costruire qualunque cosa, molto più che in spazi che nascono per accogliere performance diverse. E poi i palazzetti e gli stadi bisogna riempirli ed è uno stress che sinceramente non so neanche se sarei in grado di sostenere».

Questa cosa dello stress mi fa venire in mente il suo libro, Ansia da felicità. Ma comunque ansia. Lo è, ansiosa?

«Con l’arrivo dei quarant’anni ci si capisce forse un pochino più a fondo e ci si riesce a scacciare l’ansia. L’analisi aiuta tantissimo, oltre all’esperienza, ed effettivamente quando si riesce finalmente a comprendere e ad accettare le proprie caratteristiche, come per esempio la sensibilità, si è in grado di decidere quali cose portare con sé e quali invece magari lasciare altrove».

Cosa porta con sé?

«Io ho imparato a trasformare la tensione in energia creativa. Però ci sono tensioni e tensioni, quelle che non servono a niente, sarebbe un po’ masochista portarsele appresso».

Il tempo come misura della vita e della musica. Sono passati 18 anni dal primo disco.

«Che è un sacco di tempo, a pensarci, no? Ho una carriera maggiorenne, per quanto a volte non mi piaccia molto la parola ‘carriera’, preferisco pensare ai percorsi e quindi a quello che ho fatto in questi anni, le persone che ho incontrato. E tutto questo lo porto in questo spettacolo che mi vede, incredibilmente, anche eccessivamente rilassata. Nel senso che so che la cosa peggiore che può capitare è che tiri qualche stecca. Mi fa sentire molto, molto ricca, oltre che molto fortunata».

È diventata madre giovanissima, negli anni della gavetta. È stata dura?

«Era inevitabile che ci fosse un sacrificio, un’assenza da mettere in preventivo per poter portare avanti una vita e permettermi di cercare la mia soddisfazione personale. Di mamme che fanno dei lavori che non amano, ma sono costrette ad accettare, spesso con condizioni che le mettono alle strette, ce ne sono tantissime, forse la maggioranza. Mi era chiarissimo e ho cercato di concentrare tutte le mie energie per fare la mia strada».

Chi la ha aiutata?

«Mia madre è andata in pensione da poco, quindi, non era una possibilità contemplabile. Sicuramente il padre di mia figlia, ci siamo divisi i compiti. Ad andare in bicicletta gli ha insegnato lui, i parchetti, le feste di compleanno se le è fatte più lui di me. Però ho sempre cercato di esserci il più possibile. La cosa positiva di questo lavoro è che non si hanno degli orari fissi, a parte periodi intensi come le tournée, in cui comunque cercavo di rientrare il più possibile. Ce la siamo cavata anche con l’aiuto dei nonni paterni e delle “sante” tate».

Il senso di colpa che assedia le madri che lavorano, provato?

«Certo, credo che ce lo diano in dote appena partorito. Oggi sto imparando a essere un pochino più clemente e faccio mio un motto di Caterina Caselli, ovvero che vince chi sbaglia di meno».

Tornando alle canzoni, spesso a una melodia, a un ritmo spensierato si associa un testo, più profondo, venato di inquietudine.

«Perché la scrittura delle canzoni, a meno che non si faccia un tipo di cantautorato più narrativo, che però non è il mio, attinge inevitabilmente a una parte della propria sensibilità, anche a volte del proprio vissuto. E a me piace guardare la vita con la serenità di chi sa che è un po’ come una commedia amara del Sundance, no? Non ci si deve per forza appesantire anche quando si raccontano cose molto coinvolgenti come, che ne so, le fine degli amori».

Filosofia della leggerezza?

«La leggerezza è la conquista di un equilibrio tra tutti gli stati possibili che ci dà la vita. Io sono una persona che sente tantissimo, che si dà completamente. Poi chiaramente si impara, come dicevo prima, a decidere cosa lasciare fuori, a cosa dare veramente attenzione e affrontare in profondità. Però in generale l’approccio che io cerco di avere con la vita e con le cose è quello di un eterno stupore, cercando di dare importanza a ogni momento, anche a quelli che possono sembrare insignificanti».

Il tempo, valore o conquista?

«A un certo punto mi sono accorta che il tempo sì corre veloce ma contemporaneamente non è vero che sia così poco quello che abbiamo a disposizione. Quindi se prima scrivevo canzoni sull’ossessione di vivere il presente, adesso sono molto nel presente e quindi torno a quello che dicevo poco fa. Non è più una questione del tempo che passa, ma di come vivi l’attimo in cui ti trovi».

Come dire che è più importante il processo del risultato?

«Esattamente».

Ha un sogno?

«Il mio sogno era quello di riuscire a alternare periodi di produzione di album e poi di concerti per poter replicare questo processo il più a lungo possibile e sta andando così; quindi, non ho niente da chiedere in più alla vita, se non continuare a fare quello che faccio da sempre, è una benedizione».

Lei vive a Berlino da qualche anno, perché?

«Perché è un posto bellissimo, è un posto dove c’è musica dappertutto, dove c’è un approccio alla vita molto più calmo. È bello anche sentirsi soli in quella città».

Single?

«Si».

Sua figlia Mia ha 21 anni, la sua generazione in questo momento si sta ribellando, sta scendendo in piazza, cosa ne pensa?

«Credo che abbiano tutti i motivi per essere arrabbiati, le modalità delle proteste poi sono un’altra cosa. Sono in un momento dove le generazioni precedenti gli hanno distrutto un’ambizione di futuro, il mondo in cui vivono. Si sono sentiti raccontare come degli inetti che non valgono niente, che non pensano a niente, che non hanno principi. Gli dicono: studiate, perché il mondo è solo di chi si impegna. Poi si impegnano e le promesse vengono tradite. Anch’io sarei incazzata nera. È tutto molto complesso, però il fatto che ci sia una rivendicazione della loro presenza nel mondo, come è appena stato in Serbia, mi fa ben sperare».

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