Scena scontatissima: alla vigilia di qualsiasi elezione con premi di maggioranza per la coalizione vincente i partecipanti invocano: prima il programma! Guai a dare l’impressione che si voglia semplicemente vincere! Come prepararlo, da parte di chi, come garantire che esso sia poi da tutti rispettato, nessuno lo sa. Ma una sorta di mistica del programma agita i contendenti. Sembra quasi che la strategia di un’azione politica degna di questo nome possa uscire da un’elaborazione a tavolino, come se i programmi dei grandi partiti di massa che ne hanno segnato le svolte fossero semplicemente il risultato di riunioni e consultazioni tra le èlites dirigenti, il frutto di mediazioni e compromessi di vertice. Quale miopia!
Essi nascono da anni di lotte sociali, dall’analisi, maturata nella vita quotidiana di queste forze, della situazione storica e delle sconfitte subite. Sono elaborazioni collettive, che possono trovare alla fine espressione in leadership anche carismatiche.

È perciò semplicemente impossibile che l’attuale discussione tra PD e 5 Stelle possa partorire un programma di qualche portata. Ne mancano le più elementari condizioni storiche. Il PD (e in qualche misura anche i 5 Stelle) eredita una sconfitta dell’intera Sinistra occidentale, sconfitta non digerita, camuffata in tutti i modi, occultata, dimenticata. Non esiste la più remota possibilità di elaborare oggi un programma, se non la si comprende. La Sinistra si è arresa nei fatti ai grandi protagonisti della svolta d’epoca tra anni ’80 e ’90, ai soggetti globali che hanno davvero rivoluzionato le nostre vite: un nuovo capitalismo finanziario strettamente collegato al sistema militare, del tutto insofferente di ogni limite e di ogni diritto “locale”, per cui gli obbiettivi di Welfare propri di tutti i Paesi occidentali nel secondo dopoguerra da prioritari divengono variabili dipendenti, se non eliminabili tout court.
Era facile contrastare l’affermazione di queste potenze? Nient’affatto, forse impossibile. Comunque, la Sinistra ha anche cessato di discuterle. E intendo nella sua azione concreta. Qualche libro sarà anche uscito dal suo seno…I suoi elettori hanno sofferto sulla loro pelle di questa impotenza e hanno finito col non votarla più.
Come sarà possibile, oggi, a freddo, formulare un programma che affermi qualcosa di veramente concreto e impegnativo su una politica fiscale con espliciti intenti ridistributivi? Da dove ottenere altrimenti le risorse per servizi e difesa dei redditi più bassi? Su questo terreno fondamentale un programma può venire soltanto da quotidiane esperienze di mobilitazione, di discussione, di lotta. E altrettanto vale sul piano della politica internazionale. La Sinistra aveva un compito, chiarissimo, da assolvere davanti a sé alla caduta del Muro: essere il tavolo fondamentale del rapporto e dell’intesa delle grandi potenze, sostenere una visione multipolare del mondo ormai globalizzato sotto l’aspetto del sistema sociale economico di produzione, difendere e promuovere in tutti i modi l’azione delle Nazioni Unite nel quadro di una idea di Diritto internazionale. Il suo fallimento è stato drammatico e temo irrecuperabile. Dalla guerra nella ex-Jugoslavia, all’invasione dell’Iraq, all’assenza di ogni capacità di previsione e prevenzione nel conflitto russo-ucraino, alla impotenza difronte alle stragi di Gaza. La Sinistra mondiale è andata a rimorchio di altri, priva di ogni autonomia di giudizio e di azione. Lo hanno denunciato innumerevoli film della Hollywood intelligente, nessun dirigente del PD.

Non vi sarà alcun serio programma fino a quando non si riconoscono queste macerie e non si sgombra il terreno. Rimane perciò il triste, ma comunque indispensabile, compito di fingere una coalizione. Fingere in tutti i sensi: qualcosa va pure costruito, primum vivere, ma questo qualcosa potrà avere soltanto la parvenza di un programma concreto e impegnativo poi per tutti. Il resto sono auspici. Sul piano delle politiche dei redditi e di quelle sociali si oscillerà tra “desiderata” e assistenzialismo, sfiorando, e forse neppure, la vera questione di una politica fiscale effettivamente redistributiva. Non ci sarà accenno di riforma della Pubblica Amministrazione e sulla necessità di una radicale revisione dell’assetto regionalistico.
Sul piano internazionale, non si formulerà alcun giudizio critico sulla situazione catastrofica dell’Unione Europea, che vada una spanna oltre la stantia ripetizione delle proprie fedi europeistiche. La posizione assunta dal PD nei confronti della van der Leyden e della Commissione non lo permetterà. Sarà perciò un programma che, andati al Governo, farà la fine di quello della Destra 5 anni fa: cartoline-ricordi. Ma il “campo largo” ha una gatta da pelare che la Destra non ha. La Meloni non si discute ed è una buona carta.

E l’opposizione? Sarebbe intelligente che, fatto il “programma” e formulato il “giuramento” sulla sua bontà da parte di tutti i convitati, si procedesse contemporaneamente alla designazione del leader. Sarà mai possibile? Non credo, e allora assisteremo per forza alla sceneggiata di due contendenti alle primarie, ognuno dei quali paladino del medesimo “programma”! In realtà, il confronto si riaccenderebbe proprio su questo, rendendo vano il lavoro compiuto per confezionarlo. Tanto varrebbe andare alle primarie ognuno col suo, dichiarando che le differenze non sono tali da…ecc. ecc. Ma anche questa via sempre impraticabile. E resterà la prima: i due fingeranno l’accordo e vinca il migliore. Chi rischia la pelle è la Schlein, ovviamente. La sua sconfitta alle primarie, probabilmente derivante anche da “fuoco amico”, sarebbe il tracollo non tanto suo, quanto del PD. Sarebbe logico, allora, come dicevo, che, fatto il “programma”, fosse lei, in quanto segretario della forza maggiore, a essere la “candidata di tutti”. Ma la voterebbero i 5 Stelle? In quanti? L’esperienza insegna che i 5 Stelle si mobilitano soltanto per eleggere i loro. Insomma, i nodi per il “campo largo” sono molti e intricati. Il minore è giungere a fingere un “programma”.
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