SAN SICARIO – Ai piedi del monte Chaberton, gli ultimi raggi del sole filtrano tra le rocce come lame di luce che attraversano le feritoie di una fortificazione. Da qui, durante la Seconda guerra mondiale, italiani e francesi si fronteggiavano lungo un confine conteso. Oggi, nello stesso luogo dove un tempo si combatteva, c’è chi invita a superare altri confini: quelli interiori. Quando è l’anima ad attraversare le frontiere, il bisogno di spiritualità può diventare più forte dell’istinto del conflitto. Il prato che si allarga ai piedi della montagna è gremito di coperte su cui siedono residenti e turisti, persone arrivate da ogni parte d’Italia, molti da Torino.
È il messaggio che Guidalberto Bormolini, teologo, antropologo, monaco, carpentiere; amico e guida spirituale di Franco Battiato negli ultimi anni della sua vita nonché fondatore del borgo TuttoèVita in Toscana, sulle alture fra Firenze e Bologna, ha portato a San Sicario nel prequel del Festival dei Prati e delle Stelle, dialogando con la manager culturale Daniela Cattaneo Diaz e con Luigi De Vecchi, economista e presidente della Fondazione Sylva. Ad aprire e chiudere l’incontro, le vibrazioni create dall’artista sonora Larissa Giers, che con campane tibetane e strumenti di vetro ha trasformato il bosco in un paesaggio sonoro, quasi a tradurre in musica quel dialogo continuo tra uomo e natura di cui si sarebbe parlato per tutta la serata.


Oggi, in tempo di guerre e conflitti interpersonali, il bisogno di spiritualità è urgente più che mai. Bormolini lo dimostra con i dati: «Negli Stati Uniti il 92% delle persone dichiara di avere un bisogno spirituale. In Europa siamo all’80%, in Italia al 72%. Da noi il dato è leggermente inferiore perché, storicamente, religione e politica sono rimaste troppo intrecciate. Ma è un’esigenza molto presente. Il problema è che non sappiamo più raccontarlo con un linguaggio adatto al nostro tempo».
È da questa domanda di senso, spesso silenziosa ma diffusissima, che prende avvio il suo ragionamento. E inevitabilmente riaffiora il ricordo di Franco Battiato, con il quale ha condiviso un lungo percorso umano e spirituale. «Sono molto discreto nel dirlo, ma quella canzone l’abbiamo ispirata noi: Lo spirito degli abissi». Poi ne recita i versi quasi sottovoce: «Vorrei tornare a pregare con la stessa tenacia dei Padri del deserto, per coloro che hanno perso da tempo la via e per coloro che non sopportano il dolore dell’esistenza».
E aggiunge: «Sono proprio loro le persone che avrebbero bisogno di questa immersione nella natura, di questo ritorno alle origini, di questo ritorno alla sorgente di tutto ciò che esiste.»
Da qui il suo intervento si allarga in un viaggio che attraversa filosofia, neuroscienze, botanica, teologia e fisica, tenuto insieme da una convinzione: la crisi ecologica è anche, e forse prima ancora, una crisi spirituale. «La nostra è prima di tutto una crisi spirituale. Abbiamo trasformato gli alberi in legname, i fiumi in energia elettrica, le montagne in piste da sci. Abbiamo dimenticato che tutto è vivo e che noi non siamo sopra la natura, ma dentro la natura».
Per Bormolini quella che Platone chiamava “malattia originaria” è la perdita del senso della vita. «Nel nostro borgo accogliamo persone colpite dalla malattia fisica e persone colpite dalla malattia originaria. E spesso accade una cosa sorprendente: chi arriva per curare il corpo finisce per guarire anche quella ferita più profonda». La malattia, allora, può diventare anche un’occasione di trasformazione. «Può diventare la svolta della vita. Tantissime persone ce lo hanno raccontato. La salute, come ricorda anche l’Organizzazione mondiale della sanità, non riguarda soltanto il corpo ma coinvolge la dimensione fisica, psichica e spirituale. Ed è per questo che la natura possiede un enorme valore terapeutico.»
Un’intuizione che al borgo TuttoèVita, con 11 sedi in Toscana, sta assumendo anche una dimensione scientifica. «Da anni lavoriamo con l’Asl Toscana Centro per arrivare ad accreditare i boschi come luoghi prescrivibili all’interno dei percorsi di cura. In molti casi la bellezza, la relazione con la natura e con gli altri, potrebbero evitare il ricorso agli psicofarmaci».
Bormolini al centro tra Daniela Cattaneo Diaz e Luigi De Vecchi 

Su questo terreno si innesta la testimonianza di Luigi De Vecchi, che racconta la scelta di dedicare parte della propria vita alla riforestazione e alla tutela degli alberi, quando ancora parlare di sostenibilità sembrava quasi un’utopia.
«Quando ho iniziato a piantare alberi mi davano del pazzo. Mi dicevano: “Tu dovresti fare soldi, non perdere tempo a piantare alberi”. Oggi quelle stesse persone hanno capito che qualcosa bisogna fare. Il mondo che lasceremo ai nostri figli è molto più complicato di quello che abbiamo ricevuto.»
Il momento più intenso del suo intervento arriva però con il ricordo di un’amica malata terminale. «Sul comodino aveva un binocolo. Le chiesi perché. Mi rispose: “Quando il dolore aumenta guardo gli alberi fuori dalla finestra, gli uccelli, il vento tra i rami. Mi aiuta a sopportarlo”. È stato allora che ho capito quanto la natura possa diventare una forma di cura».
Da quella testimonianza il discorso si sposta sul futuro e su ciò che renderà davvero autorevole una persona: in un mondo sempre più dominato dalla tecnologia, la leadership può (deve) diventare un valore. «Con l’intelligenza artificiale la conoscenza sarà disponibile per tutti: bastano 20 secondi per avere tutte le risposte che si desiderano. La differenza la faranno l’empatia e la capacità di suscitare e gestire le emozioni. Il leader del futuro non sarà chi sa più cose, ma chi saprà conquistare la fiducia delle persone. Dovrà saper ascoltare, comprendere, creare relazioni. È questa la qualità che nessuna macchina potrà sostituire». Il leader, chiosa il monaco-carpentiere, è come il lievito: ne basta pochissimo per far crescere una grande massa.
Bormolini riprende il filo del discorso osservando come il consumismo abbia tentato di riempire un vuoto che, in realtà, appartiene alla dimensione spirituale dell’uomo. «La sete dell’infinito non si sazia con una bottiglia di vino. Il desiderio di estasi viene confuso con le pasticche di ecstasy. La nostalgia del paradiso con i viaggi organizzati. Cerchiamo nell’effimero ciò che, invece, è un bisogno infinito». Da qui nasce la ricerca di qualcosa che sappia placare la sete attraverso l’armonia. «Continuiamo a parlare di Big Bang, ma quel nome nacque quasi come un insulto. Io preferisco parlare di Big Song. All’origine del cosmo c’è una vibrazione, una musica. Tutte le grandi tradizioni raccontano che il mondo nasce da un canto».


Ed è proprio il canto a diventare la metafora del rapporto tra uomo e natura. «Gli alberi cantano, le montagne cantano, i prati cantano. Tutta la creazione canta. Siamo noi che non siamo più capaci di ascoltarla. Ognuno di noi possiede una nota unica, quella che in Oriente chiamano mantra: non una formula magica, ma la canzone d’amore che la vita canta soltanto per te». Ma il richiamo alla pace, pronunciato ai piedi dello Chaberton, assume inevitabilmente anche un valore simbolico. Dove un tempo riecheggiavano i colpi dell’artiglieria, Bormolini invita a disarmare prima di tutto l’interiorità. «Oggi bisogna essere rivoluzionari. Ma un rivoluzionario non può essere velenoso. Rivoluzione e resurrezione sono parole sorelle. Se non sai far risorgere qualcosa, non stai facendo una rivoluzione». È questo il messaggio da trasmettere ai giovani.
Per il teologo la pace non nasce dai trattati, ma dalla trasformazione delle persone. «C’è un salmo che dice: “Sulle labbra hanno la pace, ma nel cuore la guerra”. Se nel cuore custodiamo la guerra, sarà quella a trasmettersi agli altri, anche quando le nostre parole parlano di pace. La pace nasce sempre da una rivoluzione interiore.»
Ed è qui che richiama anche gli studi più recenti sul cuore e sulle sue frequenze. «Oggi sappiamo che il cuore possiede un campo elettromagnetico molto più esteso di quello del cervello. Comunichiamo continuamente gli uni con gli altri, ben prima delle parole. Se il nostro cuore è pacificato, trasmetterà pace. Se è abitato dalla guerra, trasmetterà guerra. Per questo il primo compito di chi educa, guida o cura gli altri è imparare a custodire il proprio cuore».


Mentre il sole scompare dietro lo Chaberton e le vibrazioni degli strumenti di Larissa Giers continuano a diffondersi tra gli alberi, si intrecciano al vento e la montagna proietta un’ombra che sembra voler proteggere il mondo.
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