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Anna Politkosvkaja vent’anni dopo. Così resiste il coraggio di denunciare

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«Tu c’eri, perché li hai lasciati fare?». La bella faccia di Anna Politkovskaja appare sullo schermo: i capelli biondo cenere, gli occhiali spessi, la piega amara della bocca. È una registrazione video fatta pochi giorni prima di essere uccisa. Anna si immagina i rimproveri dei posteri se non avesse denunciato un regime di cui fin dal 2002 si intravvedeva crescere l’ombra dittatoriale di Vladimir Putin. I suoi contemporanei la guardavano con sospetto, «Come una folle», ricorda con commozione Galia Ackerman, sua amica e traduttrice. Perché tutta questa passione? Le chiedevano fingendo ammirazione per dissimulare indifferenza. «Erano in pochi a capire la sua ostinazione nella denuncia della guerra in Cecenia».

Sul palcoscenico del teatro Des Abbesses di Parigi, martedì sera, c’era però anche un altro “folle” come lei, Dmitri Muratov uno di quelli che non molla, nonostante vent’anni di minacce e l’aggressione diretta, subita su un treno in Siberia quattro anni fa. Gli hanno versato in faccia una latta di vernice rossa miscelata con acetone gridando: «Questo per i nostri ragazzi che combattono in Ucraina!».

Muratov ha subito quattro interventi per salvare quegli occhi che tuttora strabuzzano mentre parla di Anna. Per lui la vita è l’esilio in patria, timbrato dal sigillo con cui il Cremlino emargina i suoi oppositori: «agente straniero». Era il caporedattore di quella Novaja Gazeta dove ogni settimana comparivano i reportage di Anna. Il giornale era stato fondato nel 1993, due anni dopo la caduta dell’Urss, con lo scopo di vigilare sulla “nuova” Russia e denunciare la moltiplicazione incontrollata della corruzione.

Quando gli chiedono come reagiva Anna se le dicevano di prendersi una pausa, Muratov si alza in piedi e fa un gesto simbolico: prende un sasso che sulla scena rappresentava la terra di quella misteriosa e insanguinata repubblica caucasica e si immagina di posarlo sulla scrivania di Anna.

Nello storico teatro di Montmartre è appena andato in scena il nuovo allestimento di un testo che Stefano Massini aveva scritto nel 2006, sull’onda emotiva dell’omicidio della giornalista russa, il 7 ottobre: Femme non réeducable, (donna non rieducabile). Caroline Rochefort ha interpretato Anna, ripercorrendo attraverso i suoi testi la parabola esemplare di una donna che aveva inteso la professione come un impegno morale e totale.

Muratov, 65 anni, è stato il co-protagonista. Fondatore con altri del giornale che nel 2021 ha avuto il premio Nobel della pace per la difesa della libertà d’espressione. Tetragono come uno si immagina un russo, viscerale nella denuncia del regime di Putin, anche lui “non rieducabile”, a tratti è parso commosso nella memoria di Anna. Muratov si è presentato sul palco di questa serata di omaggio di Parigi (sponsor Le Monde) con una cartella nera da dove sono uscite una per volta delle fotografie in grande formato che lui ha mostrato al pubblico alzandole sopra la testa con le due mani. Ognuna di queste rappresentava una storia. La più emozionante, è stata quella di una ragazzina russa colpevole di essersi innamorata di un soldato ucraino. «Esiste intelligenza in amore?» è stata la domanda retorica e paradossale con la quale Muratov ha inteso sottolineare la ferocia grottesca del regime che ha condannato la ragazza a 15 anni di carcere : «una sentenza contro l’amore».

Il 6 ottobre 2006 era il compleanno di Vladimir Putin, 54 anni. Vent’anni dopo lui è ancora lì al Cremlino; Anna Politkovskaja invece è stata fulminata quel giorno con quattro colpi (uno alla testa) di una pistola Makarov, sull’ingresso di casa. Stava rientrando con le borse della spesa. Aveva 48 anni e due figli: Ilya e Vera, allora di 28 e 26 anni. Al funerale hanno partecipato un migliaio di persone scarse, nessun membro del governo e un solo italiano: Marco Pannella. Killer e organizzatori dell’agguato sono stati presi e condannati, bassa manovalanza criminale cecena. Tra loro anche due ex dirigenti della polizia di Mosca e due ragazzini di dodici e quattordici anni che avevano pedinato Anna negli ultimi giorni. Ma la casella principale di questa indagine è ancora vuota: il mandante non è stato scoperto. L’omicidio è stato un regalo al grande capo Putin o al piccolo capo della sbirraglia cecena Kadyrov che aveva il compleanno il 5 ottobre? Non sappiamo.

Comunque prima e dopo di lei sono stati uccisi una decina di giornalisti e collaboratori della Novaja. Nonostante tutto il giornale esce online in versione Europe con il suo solito taglio di denuncia. La notizia di apertura di ieri era la nomina a membro del Consiglio della Federazione di Zhanna Gudkova vedova del generale Mikhail Gudkov, ucciso in combattimento nel Kursk ma che prima aveva comandato l’unità di fanteria responsabile del massacro di civili a Bucha. E c’era anche la foto di Putin che consegnava l’onorificenza alla giovane e bionda vedova.

Perché erano così insopportabili i reportage di Anna? Perché la Cecenia racchiude i fondamenti della legittimazione di Putin e la sua ascesa al Cremlino. Dall’agosto 1999, dopo la sua nomina a primo ministro di un declinante Eltsin, era cominciata una seria di attentati a Mosca e in provincia. Condomini minati e fatti esplodere nella notte, centinaia di vittime, il terrore diffuso. Putin non esitò ad accusare i ceceni, ma i sospetti corroborati da molti indizi e dalla denuncia di un oligarca eltisniano del peso di Boris Berezovskij portavano al FSB, i servizi segreti di cui Putin era stato (anche se brevemente) il capo. Furono comunque il pretesto per riaprire la guerra in Cecenia e trasformarla nel paradigma di un modello di conquista del potere. Grozny è stata spianata e la piccola repubblica è diventata fabbrica di guerra e di fondamentalismo alla guida di un leader folle e sanguinario, Ramzan Kadyrov, fedelissimo del Cremlino.

Uno sconosciuto ex tenente colonnello del KGB, Vladimir Putin, stava così conquistando la Russia col supporto di tre circoli ben delineati: i cekisti (i russi non sono mai “ex”), i pietroburghesi e i banditi, come racconta l’inchiesta di altri due giornalisti d’inchiesta russi Roman Badanin e Mikhail Rubin da poco pubblicata in Francia col titolo “Le Tzar en personne”. E sono questi che tuttora garantiscono la ferrea struttura del potere putiniano. Un potere fondato sulla guerra, ventisei anni senza soluzione di continuità: Cecenia, Ossetia, Georgia, Abkhazia, Crimea, oggi Ucraina.

Ma sulle montagne del Caucaso Anna non ci andava solo per scrivere articoli: portava soldi e medicine. Entrava nel «lato oscuro della storia, quello che non si vede, tra la gente che soffriva», come ha testimoniato Manon Loizeau, che ha lavorato a Mosca per Le Monde e la BBC ed è stata sua amica.

Oggi in Russia ci sono più di settemila detenuti politici, erano settecento quando Gorbaciov nel 1986 aveva definitivamente chiuso l’arcipelago Gulag. In gran parte persone normali che hanno commesso “reati d’amore”, come dire in pubblico: No alla guerra. Dmitri Muratov, a tutti noi che stiamo qui, ha dato questo messaggio: non abbandonateli.

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