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Ardita: “La mafia ha in mano le carceri, colma il vuoto dello Stato. Le celle piazze di spaccio”

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«Quando il carcere non funziona è lo Stato che non funziona». Il magistrato Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto a Catania e una lunga carriera presso la Direzione distrettuale antimafia e di direzione al Dap, il mondo penitenziario lo conosce bene.

In carcere comandando i boss. Com’è possibile?
«Partiamo da un aspetto importante: una quindicina di anni fa si è avvallato un nuovo modello di sicurezza».

Di che tipo?
«Si sono aperte le celle, credendo così di dare ai detenuti spazi di libertà individuale. In realtà è stata una scelta di disordine. Aprire le celle ha avuto come conseguenza la perdita di sicurezza e controllo negli ambienti penitenziari. Il carcere è come un ecosistema in cui le situazioni di disagio, le difficoltà e i malfuzionamenti finiscono di trasmettersi da un reparto all’altro. E questo caos ha coinvolto anche l’alta sicurezza».

Celle aperte non crede sia sinonimo di civiltà?
«Lo penso anch’io, ma c’è un grave errore che si è commesso e si continua a commettere».

Quale?
«Ritenere che un carcere civile e un carcere sicuro siano due questioni alternative. Non è così: sono strettamente connesse. La questione degli spazi aperti è reale e può essere concepita come un diritto per le persone non pericolose. Questo diritto, però, non può valore per quelle pericolose».

Un equilibrio delicato da trovare. Scommessa persa?
«Il modello dev’essere ragionato, servono scelte organizzative ponderate per il bene e l’interesse di tutti. I detenuti devono stare in un luogo di civiltà e di sicurezza. Anche per loro».

La situazione attuale è di caos. Chi ne trae vantaggio?
«La criminalità organizzata che ha colmato lo spazio che lo Stato, per qualche ragione, non è stato più in grado di occupare. Ecco perché oggi abbiamo carceri in mano alla mafia, carceri che diventano piazze di spaccio, carceri che consentono l’introduzione di droga, telefonini e armi, in cui ci si divide il territorio».

Le dinamiche criminali esterne si riproducono anche all’interno.
«Anche la prevalenza dei gruppi organizzati ai danni di chi è più debole, magari più giovane, con un ruolo minore. Chi non è un capo, viene sottomesso alle nuove regole. Che non sono le regole dello Stato, ma di chi ha occupato quello spazio vuoto».

I cellulari in carcere sono diffusissimi e spesso sono a disposizione anche di chi è in isolamento. Colpa di pochi controlli?
«È successo anche che un uomo, arrestato per aver picchiato la moglie sino a costringerla in un letto di ospedale, sia riuscito a chiamarla dall’isolamento. Questo significa che dentro il carcere c’è un’organizzazione pronta a fornire un cellulare a chiunque entri. Sottolineo che il carcere è l’espressione più forte dello Stato e se perde la sua funzione, allora la perde anche lo Stato».

Permessi e salvacondotti diventano un’opportunità per i boss detenuti al 41bis. È colpa del tribunale di sorveglianza che concede benefici con troppa leggerezza?
«Il tribunale di sorveglianza si occupa solo dell’ultimo tratto. E concede quello che le norme consentono. Le leggi chi le fa?»

La maggioranza di governo sostiene che sia responsabilità dei magistrati.
«Chi ha una responsabilità complessiva non può scaricare tutta la colpa su chi si occupa semplicemente di un tratto del percorso. E la mia, mi creda, non è una difesa corporativa. Anche i magistrati sbagliano. Ma dobbiamo guardare tutti al sistema nella sua complessità».

Benefici e permessi vengono concessi con eccessiva superficialità?
«Qualche giorno fa è stata varata una legge, che non è passata in nessun dibattito pubblico: prevede che chi commette un reato per cui è prevista una pena sino a otto anni ed è tossicodipendente possa uscire dal carcere. Anche se appartiene a un’associazione mafiosa. Risultare tossicodipendente è una cosa semplice, così come fingere di fare un percorso riabilitativo».

Il tema è connesso anche alla diminuzione del numero di persone che scelgono di collaborare con la giustizia?
«Collaborare non è più conveniente. Si affronta un percorso lungo, complesso, per poi ottenere gli stessi benefici di chi non ha collaborato. C’è un indebolimento globale del sistema della prevenzione. Tutto è collegato. Temo, però, che questi problemi non siano stati compresi nella loro complessità nemmeno da chi, in questi anni, si è succeduto ai vertici del Ministero».

C’è chi scarica la responsabilità sulle scelte della Corte Costituzionale e della Cedu.
«Siamo presenti negli organismi internazionali, ma dobbiamo far sentire la nostra voce. E non dimentichiamo che le pronunce vanno inserite nel contesto italiano».

Sulle carceri si sono susseguite promesse. Slogan populisti?
«Purtroppo, anche di fronte a fatti gravi, invece di rispondere in termini di efficienza costruita all’interno di un perimetro di regole, civiltà e speranza per i detenuti, si risponde con apparente intransigenza e condanna morale. Come se lavorare per una pena civile fosse in contrasto con un carcere sicuro, mentre nei fatti c’è un’incapacità di intervenire sul piano penale. La retorica delle parole, mentre la realtà dice tutt’altro».

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