«L’approccio ostile scelto da Unicredit è estremamente insolito nel settore bancario: unire banche senza fiducia reciproca è quasi impossibile. Questo potrebbe portare a paralizzare entrambe le banche in un processo di integrazione complesso per diversi anni». Armand Zorn è membro del Bundestag e vice capogruppo dell’Spd, dove si occupa in particolare di politiche economiche e mercati finanziari.
Come valuta il tentativo di Unicredit di rafforzare la propria presenza in Germania tramite Commerzbank?
«La mossa di Unicredit è chiaramente molto più di una semplice operazione di settore. Certamente esiste una logica economica legata alla ricerca di maggiore scala. Ma, chiunque osservi Commerz sa che questo caso ha anche una dimensione strategica e politica. L’istituto svolge un ruolo centrale nel finanziamento del “Mittelstand” tedesco, nel supporto agli esportatori e nel mantenere competenze finanziarie a Francoforte. Si tratta quindi di un intervento che punta a ridefinire il panorama bancario europeo».
Quali rischi intravede in una possibile integrazione tra le due banche?
«In linea teorica, l’integrazione transfrontaliera e la creazione di grandi gruppi bancari europei possono portare vantaggi. Tuttavia, in questo caso specifico, i rischi sono molto rilevanti. La mia principale preoccupazione è che le efficienze promesse possano avvenire a scapito dell’occupazione a Francoforte e del modello di business costruito da Commerzbank al servizio dell’economia tedesca».
Quali ritiene siano i principali ostacoli a questa operazione: di natura regolatoria, politica o di mercato?
«Si tratta di una combinazione di tutti e tre i fattori, ma gli ostacoli principali sono di tipo politico e di mercato. Dal punto di vista politico, in Germania c’è una forte preoccupazione perché Commerzbank è un istituto di importanza sistemica. Non si tratta di nazionalismo, bensì della necessità di garantire stabilità finanziaria, resilienza economica e la tutela di una banca profondamente legata al Mittelstand».
La sede di Unicredit dovrebbe essere trasferita?
«Voglio essere chiaro: restiamo contrari a questa acquisizione. Non riteniamo che sia la strada giusta né per Commerzbank né per il sistema bancario tedesco. Tuttavia, se una simile operazione dovesse comunque concretizzarsi in futuro, la sede dovrebbe trovarsi a Francoforte. Il fulcro delle attività sarebbe qui, così come la rilevanza per l’economia tedesca; di conseguenza, anche il centro decisionale strategico e la supervisione regolatoria dovrebbero essere localizzati qui».
Quanto pesa il tema della sovranità finanziaria nel dibattito tedesco?
«La Germania trae beneficio dall’Europa, e l’Europa beneficia di mercati finanziari integrati. Il punto non è la nazionalità degli investitori in sé: abbiamo fiducia nei nostri partner europei. La vera questione riguarda la sovranità finanziaria, intesa come capacità di finanziare in modo affidabile l’economia domestica e di mantenere decisioni strategiche vicino al mercato di riferimento».
Guardando oltre questo caso specifico, ritiene che il futuro del settore bancario europeo passi inevitabilmente attraverso grandi fusioni transfrontaliere?
«Non direi inevitabilmente. La dimensione, da sola, non è una strategia e non dovremmo idealizzare il consolidamento. Il futuro del settore bancario europeo dipenderà tanto dalla trasformazione digitale, da modelli di business sostenibili e dalla fiducia dei clienti, quanto da fusioni e acquisizioni. Non sono contrario in linea di principio alla cooperazione bancaria transfrontaliera, ma ogni caso va valutato singolarmente. E nel caso di Commerzbank resto molto scettico. Se Unicredit avesse puntato a una fusione tra pari, anziché a un’acquisizione ostile, oggi il dibattito sarebbe molto diverso».
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