Luca Ravenna: “Inventare e rubare sono i miei superpoteri, far ridere è come surfare”

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Appartiene alla generazione dei «ragazzi» della stand up comedy che da Roma ha ribaltato il paradigma della comicità come la si conosceva finora, Luca Ravenna. Ben diversi dai cabarettisti di scuola Zelig e Gialappa’s di matrice milanese. «La differenza la fa il microfono: con o senza filo», sintetizza Ravenna, le cui radici sono peraltro solidamente milanesi. Studi di sceneggiatura al Centro Sperimentale, nel 2021 era alla prima edizione di LOL-Chi ride è fuori, con le tournée di 568 e Red Sox ha subito sbancato a teatro. Il 2026 è l’anno di Flamingo: la tournée italiana sempre sold out si chiude il 27 aprile a Genova, in autunno parte il «tour mondiale»: 9 tappe europee, la decima a New York. Poi data-evento il 2 aprile 2027 al Forum di Assago.

Paura?
«Ci ho pensato. E non vedo il problema. È come quando corri: su pista o su strada, alzi solo il livello. Nei palazzetti, seppure più piccoli, mi sono già esibito. E poi c’è lo schermo che ti avvicina. In fondo ciò che non cambia è il mio fine, sempre lo stesso: far ridere. Che tu rida con quattro amici o con migliaia di persone, cambia ben poco».

Cosa la esalta quando è in scena?
«Il silenzio che si crea “prima”: hai portato il pubblico su una corda tesa che spezzerai con la battuta. Ho imparato da poco a sentire quel momento magico. È come alzarsi sulla tavola da surf e sotto sentire l’onda che sale. Senti di averli in pugno».

I famosi tempi comici?
«Da cui non puoi uscire senza farti male. Come quando l’aereo decolla e senti un vuoto dentro: non si torna indietro».

E prima?
«Ti manca il respiro. Tenti di esorcizzare con tanti piccoli gesti. Poi esci sul palco, stringi il microfono e ti butti. Ma le prime parole le dici in apnea. Il bello è che sei tu ad esserti messo in quella situazione».

La prima volta che l’ha provata?
«19 febbraio 2014, open mic all’Oppio Caffè organizzato da De Carlo e Raimondo: 5 minuti tutti per me. Mi vengono ancora i brividi. Di cosa ho parlato non ho idea (ma tanto: non conta cosa dici, ma come lo dici). Ma so che dopo avevo chiarissimo che non ne avrei mai più potuto farne a meno: era il solo posto dove volevo stare. Decisi di lasciare un lavoro ben pagato e sicuro come autore a Quelli che il calcio per l’incerta strada dei club».

Che dicono i suoi quando li prende in giro dal palco?
«Non sputtano i loro segreti, cerco di spiegare la complessità dei nostri rapporti. E comunque: mamma si diverte e papà si dispiace se di lui parlo meno».

Al liceo bullizzava già i compagni con le sue battute?
«Ma alle medie ero io il bullizzato, pallido e mingherlino. Al liceo i rapporti si sono invertiti. I compagni erano però anche il mio primo pubblico».

È vero che da giovane è stato un gran bugiardo e pure un po’ cleptomane?
«Da piccolissimo mi inventavo le cose perché così ottenevo l’attenzione dei grandi: era il mio superpotere. Anche la cleptomania è finita presto (quando mi hanno beccato: lo racconto in uno spettacolo). La mia storica terapeuta però sostiene che lo sono ancora, cleptomane: che il mio lavoro è fare il ladro. Rubare, non copiare. Da tutto e tutti (ma mai dai colleghi: vietatissimo)».

Ora che riempie i teatri, i club le mancano o continua a frequentarli?
«Continuo, continuo. Il club è un social che fai interagendo con il pubblico dal vivo. Provoco, chiedo il parere, ricavo spunti dalle cose che la gente dice, le rielaboro, poi le ripropongo, finché non sono giuste. Il bello è il feedback che hai con la platea. Anche per questo non faccio tv».

Ma fa il cinema: in Benvenuti in campagna ha un personaggio non proprio simpatico.
«Un milanese faccia da pirla, figlio di papà e pieno di soldi: spero di averlo reso bene (a Milano troppi ce n’è). È stato divertente e mi ha fatto capire un po’ di più come funziona un set: tu vuoi il meglio e intorno la troupe vorrebbe solo spazzarti via per finire il più in fretta possibile».


Come vive i (quasi) 40? Non è strano essere considerato una giovane promessa?
«Mi pare un problema generalizzato dell’Italia… Comunque, di anni ne ho ancora 38… Va be’, i 40 sono imminenti. Ma averli non mi crea pensieri cupi: alternative non ce ne sono. E per noi comici è sempre come la prima volta: eterni adolescenti dentro».

Di quali cose non potrebbe non parlare nei suoi show?
«Direi il sesso: come l’amore nelle canzoni, non può non esserci. Come tutti gli stand up, poi, parto parlando di me. Evito invece l’attualità: subito vecchia. Anche se non si può far finta che non esista l’enorme tensione che c’è nel mondo».

E se qualcuno si offende?
«Mi spiace, ma gli passerà. È la mia filosofia sul politicamente corretto. Capita talvolta che si tocchi non solo una corda delicata ma tutta l’arpa. Poiché sono davvero convinto che il problema non è cosa dici, ma come lo dici, personalmente mi pento solo di una battuta detta male: finché non riesco a dirla meglio, non riesco neppure a sentirmi in armonia con me stesso».

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